CAPO NORD
DOVE LA FERMATA SUCCESSIVA
E’ ….. IL MAR GLACIALE ARTICO
percorso: Italia, Svizzera, Germania, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia - NORDK A P P, Lofoten e Fiordi - Svezia, Danimarca, Germania, Svizzera, Italia.
effettuato dal 13 luglio al 14 agosto 2002
Quale attesa ogni qualvolta si parte! Questo poi è un viaggio assolutamente speciale non solo per quanto riguarda la distanza chilometrica, fino ad ora mai raggiunta nei nostri precedenti andare, è un viaggio che conduce in capo al mondo: Nordkapp. La prosecuzione del viaggio, dopo, sarà quasi una sorta di viaggio nel viaggio.
Tutto è immagazzinato ed ogni qual volta accade di parlarne, par già di averlo compiuto: Come sarà veramente?
Comporranno il gruppo con la sottoscritta, mio marito Michele, Gabriella ed Aldo. Viaggeremo con due camper. Il nostro un mansardato CI Riviera 180 (mt. 6,97) montato su Fiat Ducato 2800 JTD. Il loro un semintegrale Wingamm Oasi montato su Fiat Ducato 2800 Turbo Diesel (mt.5,80 e buon per loro, vedremo in seguito, per i minori costi che dovranno affrontare).
C’incamminiamo di sabato pomeriggio, noi da Torino, loro da Rivoli, per ritrovarci al più vicino distributore sulla tangenziale, che condurrà all’autostrada Torino–Milano. Un allegro saluto carico di attese, un reciproco buon viaggio e, sintonizzati i CB, i maschietti avviano i motori, a cui auguriamo ottima… salute, e via verso Chiasso.
Durante il primo tratto di percorso l’immancabile chiacchiereccio delle due navigatrici (non ancora impegnate nel maneggio di carte stradali), ad elencare i viveri al seguito. Tese a scoprire qualche dimenticanza. Per quanto riguarda la sottoscritta, l’ironico compagno di viaggio, esordisce col dire che con quanto ho stivato, si potrebbe tranquillamente star fuori sei mesi!! Cominciamo bene: non raccolgo, non vorrei iniziare una discussione nei primi 50 chilometri!! Qualcosa di vero forse c’è. Tutti gli armadietti del camper sono zeppi, ed il nostro mezzo ne ha parecchi. A mia discolpa sostengo che avendo già provato anni fa il Nord, per la precisione sono 17, non ho poi quel gran piacere di fare acquisti di generi alimentari costosi, che neppure mi intrigano molto.
La nostra prima notte la trascorriamo nell’area di servizio appena superato il San Gottardo.
Il giorno successivo percorriamo il tratto autostradale svizzero senza problemi. In Germania, invece, l’autostrada tedesca metterà a dura prova la nostra pazienza. Fin dall’inizio i continui rientri per lavori in corso ci costringono a code estenuanti. Hanno deciso di ripararla tutta: beati quelli che arriveranno a lavori ultimati.
Arriviamo a Puttgarden, la mattina del terzo giorno dalla nostra partenza, i km. percorsi 1425, il sole è caldo, l’area adibita a sosta accanto al luogo d’imbarco non è affollata, i traghetti ancorati, insinuano l’idea dell’avventura.
Dopo il pranzo, in attesa dell’imbarco che volutamente abbiamo posticipato, Gabri ed io puntiamo la nostra attenzione ai vari carrelli che escono dal magazzino ancorato sull’acqua. Sono tutti stracolmi: é bene dare un’occhiata, ci diciamo. Molti sono i generi che potrebbero interessare non avessimo già stivato più del necessario. Comperiamo qualche cosmetico e poi, dopo un rapido consulto con l’amica, acquisto una confezione da 5 pacchi, da 200 sigarette caduno ad un prezzo estremamente stracciato. Soddisfatte usciamo. Il pacco è leggerino…. consideriamo!? Il solito consorte a cui sottopongo l’acquisto sogghigna, apre un pacco e constata come siano contenute solamente le cartine arrotolate col filtro. Non le avevo mai viste. Devono proprio farsele le sigarette questi strani tedeschi? Concludendo: ritorna Miki al supermercato ad acquistare il marchingegno che …. gli consentirà, col tabacco pure comperato, di confezionarsi da solo le sigarette… per una vita.
C’imbarchiamo e la traversata, ci sbarca Robyhavn in
DANIMARCA
La sosta notturna è in riva al mare, a Solrdstrand, nei pressi di Kobenhavn (Coopenaghen), tra le villette, dai giardini curatissimi.
Il mattino successivo c’incamminiamo verso l’aeroporto di Coopenaghen al fine di superare il ponte sull’Oresund, inaugurato nell’anno 2000, per raggiungere Malmo.
Dapprima si percorre il tunnel sottomarino di 4 km., che raggiunge una profondità di 100 metri ed emerge a Kastrup (sempre sulla costa danese, ove è stata creata un’apposita penisola artificiale), per poi immettersi sul ponte, lungo km. 7,8 per un’altezza di 57 metri, e toccare la terra ferma a Malmo. La salatina esazione, e siamo in
S V E Z I A
Dopo aver provato l’ebbrezza di trovarci sospesi in mezzo al mare, affrontiamo il sempre minor traffico, sulle belle ed ampie strade svedesi. I panorami iniziano ad offrire la visione di pinete e spazi immensi. L’inizio di ciò che diverrà abituale.
La direzione è verso Helsinghor, poi Jonkoping la città dei fiammiferi svedesi, costeggiando il lago Vattern, sulle cui rive pranziamo. In seguito Linkoping, Norrkoping e nel tardo pomeriggio, giungiamo a Stoccolma. Sostiamo nell’area attrezzata ubicata a Langholmen, accanto al ponte Vasterbron.
km. percorsi 2250.
STOCCOLMA
Pubblicizzata come la “Bellezza sull’acqua”, ha il suo territorio costituito per un terzo d’acqua che s’insinua tra le numerose isole e penisole, comprese tra il Malaren ed il Mar Baltico. Della restante area solo la metà è occupata da edifici, la rimanenza è zona verde.
Stoccolma divenne ufficialmente capitale nel 1634. Ne segnò il destino Gustavo Vasa, l’artefice dell’indipendenza della Svezia, fino allora sotto l’egemonia della Danimarca a seguito del patto di unione tra Svezia, Norvegia e Danimarca, firmata a Kalmar nel 1397. Egli regnò in Svezia dal 1523 al 1560 e Stoccolma funse da capitale, fin da quel periodo, anche se non ufficializzata.
La nostra prima serata a Stoccolma la trascorreremo, dalle 22,30 in poi, sul ponte Vasterbron (dove eravamo saliti senza sapere che cosa ci aspettasse). L’ora per la nostra latitudine presuppone il buio; alla latitudine di Stoccolma è tramonto e lo spettacolo che la città offre di sé, é favoloso.
Trascurando la parte nuova, lo sguardo è rapito dalla Gamla Stan, l’isola sulla quale si trova la “Città Vecchia” che, arrossata dal tramonto, si specchia con tutti i suoi palazzi ed i due ponti a formare un’insenatura, nel Riddarfjorden. Ai due lati i parchi occhieggiano anch’essi nell’acqua, con la cima dei folti alberi.
E’ impossibile non rimanerne affascinati. Impossibile non soffermarci a lungo, a godere dello splendido romantico panorama. Fino a che le ombre lasciano spazio alla notte e all’illuminazione notturna, altrettanto suggestiva.
La mattina, a cavallo delle “Graziella”, pedalando, raggiungiamo il centro città, appunto la Gamla Stan. La città, fornita di piste ciclabili, permette di circolare nel migliore dei modi e spingersi anche alla periferia.
Iniziamo la visita della Gamla Stan: elegante, pittoresca e allegra, nelle cui strette stradine, affollate di turisti, sorgono alcuni dei monumenti più importanti della capitale a cominciare dal Palazzo Reale.
Ricostruito quello medioevale, bruciato a seguito di un incendio nel 1697, l’attuale fu eretto da Nicodemus Tessin il Giovane, per ordine del re Carlo III e terminato nel 1754 da Carl Harleman. Le quattro ali del palazzo si stringono attorno al vasto cortile centrale, dove ci rechiamo per assistere alla cerimonia del cambio della guardia, che si svolge ogni giorno alle ore 12,00.
Una gran folla è presente con noi alla suggestiva parata, che dura circa un’ora. Varie fanfare accompagnano la sfilata dei molti ed impettiti militari.
Sulla Slottbacker, la vasta piazza con la statua di Gustavo III, che affianca il castello, si affaccia la Storkyrkan, la Cattedrale, che é anche la più antica chiesa di Stoccolma.
Sempre nei pressi c’è la bella Stortorget: la piazza con i palazzi della nobiltà e la Borshuset, il settecentesco palazzo della Borsa nel quale, ogni anno, si sceglie il premio Nobel per la letteratura. Su questa piazza vi è anche una caratteristica fontana attorno alla quale, sono installate delle panchine.
Abbandonati i velocipedi ci accomodiamo ad ammirare la piazza mentre il pensiero corre ai fatti accaduti nel 1520 allorché avvenne il famoso “bagno di sangue di Stoccolma”, ossia l’uccisione da parte del re danese Cristiano II° di 82 ribelli, oppositori all’unione con la Danimarca.
Il giorno successivo trova per la seconda volta mio marito e me a rimirare il panorama, dei bei palazzi affacciati sul Riddafjaeden, seduti sulle panchine del giardino dello Stadshuset, il Municipio, nella cui Sala blu, ogni anno, vi si tiene il pranzo di gala per la consegna dei premi Nobel (1300 gli invitati). Dalla massiccia torre alta 106 metri si gode uno dei più bei panorami della città.
Pedalando andiamo sulla piazza Gustav Adolf Torg che dicono sia la piazza più frequentata di Stoccolma, sempre opera di Tessin il Giovane. Qui ha sede il Ministero degli Esteri, di fronte è il neobarocco Teatro dell’Opera. Al centro il monumento a Gustavo II a cavallo.
Infine, la vasta piazza centrale di Riddartholmen, l’isola dei Cavalieri, il cuore della storia svedese, dominata dalla chiesa dei Cavalieri al cui centro vi è la statua del fondatore della città Birger Jarl.
Ritorniamo al camper attraverso il ponte per Helgeandsholmen, l’isola dove è locato il Municipio.
Pedalare lungo l’argine destro del Malaren, rispetto al centro città, tenuto a prato in modo perfetto e alberato, con le persone sdraiate a prendere il sole, è un vero piacere. Il ponte Vasterbron ci riconduce a Langholmen.
Dopo cena rieccoci sul Vasterbron: ormai è il “nostro” ponte. Guardiamo le barche passare, i motoscafi, le coppiette che passeggiano e ….aspettiamo il tramonto del sole, per bissare la serata precedente.
In seguito, durante una navigazione su un traghetto, discorrendo con una occasionale compagna di viaggio, mi racconterà di avere nei suoi ricordi una Stoccolma, vista dallo stesso ponte, con la neve e 12 gradi sotto lo zero. Una visione indimenticabile ha sostenuto. Non mi è assolutamente difficile crederle.
Nella successiva mattinata, sempre sulle due ruote ci dirigiamo allo Skansen, il museo all’aria aperta inaugurato l’11 ottobre del 1891: il più antico nel suo genere. Si contano almeno 150 edifici antichi, provenienti da varie regioni della Svezia, trasportati qui nel corso degli anni, rimontati ed arredati con mobili e suppellettili autentici. Tutti hanno, in luogo delle tegole, il prato. Usanza ancora attuale in tutto il Nord. Al loro interno, attori in costume, accolgono i turisti illustrando le abitudini dei tempi. In alcuni edifici ci viene offerto qualche dolcetto preparato al momento.
Nel parco vi è una sezione adibita a parco zoologico, che ospita in ampi spazi un gran numero di animali degli ambienti nordici. Vari pesci in altra sezione sono contenuti in un acquario.
Pedaliamo verso il Museo del Vascello Vasa. Colpisce appena entrati, oltre naturalmente il “Vasa”, l’odore penetrante ed il clima umido. La luce è mantenuta fioca. Condizioni necessarie al mantenimento del vascello, ci spiegheranno. L’atmosfera alquanto suggestiva induce a presagire ciò che ammireremo.
Guardiamo, innanzitutto, l’audiovisivo che é trasmesso in varie lingue, ma non l’italiano. Scegliamo il francese e cominciamo a comprenderne la storia ed il recupero. Dopo di che, seguendo lo schema consegnato all’ingresso, percorriamo i vari piani che consentono di vederlo in tutta la sua grandezza.
Il ”Vasa” era stato commissionato da Gustavo II Adolfo nel 1625. Occorsero circa 1000 querce per la costruzione dello scafo, 400 gli uomini che vi lavorarono. Concluso era alto 52 metri, lungo 69 e largo 11,7, 10 le vele, 64 i cannoni, ricchissimi gli ornamenti. Con 145 uomini a bordo in una domenica del 10 agosto 1628, presente una grande folla ad ammirarne la partenza, il vascello prese il largo ma, dopo 1300 metri, si piegò su un lato ed affondò. Morirono 50 uomini. Fu recuperato nel 1961, intatto, dopo 300 anni .
Vari sono i reperti originali esposti.
Nel pomeriggio assolato lasciamo Stoccolma. Il saluto che viene spontaneo è: “Arrivederci a presto”. Troppo bella, troppo ospitale, assolutamente seducente.
L’abitacolo della cabina ci attende: le cartine, le guide, le varie piccole abitudini già acquisite nei giorni passati, durante il viaggio fino a Stoccolma, ritornano…. il viaggio prosegue verso Nord.
Discorriamo coi nostri compagni attraverso il cb., dell’appena passata esperienza nella città e sentiamo anche notizie delle loro parti del corpo…. non abituate ad essere appoggiate, per tanti chilometri, sul sellino di una bicicletta!!
Sundsvall, Umea, Lulea in un andare piacevole nel verde. Il traffico è scorrevole, gli automobilisti sono molto più ligi al codice stradale che non da noi. Molte le roulottes che transitano. Ne vedremo sempre in numero superiore ai camper, salvo che nella zona ovest della Norvegia, dove le strade poco si prestano all’ingombro.
Assaporiamo gli ampi spazi, ai quali ci siamo subitamente abituati con sommo gradiment, e scorrono prati colmi di fiori: i delphinium rosa
Ad Haparanda attraversiamo la frontiera siamo in
Il settimo giorno di viaggio, con gli 815 km. percorsi dalla nostra precedente sosta a Gavle (in Svezia), proviamo la sorpresa di scoprire che NON VIENE PIU’ NOTTE.
Da qui comincerà il “costringerci ad andare a dormire”…. nonostante la curiosità!
Miki più stanco di me per il lungo guidare, chiude il suo oscurante in mansarda. Dal mio lettone dalla parte opposta al suo, lo chiudo e poi… lo riapro. Il dormire può attendere, é la prima volta che vedo il sole fingere di tramontare: voglio vedere il chiarore del nuovo giorno!
A poca distanza è
Il principale centro amministrativo e culturale della Lapponia finlandese e tappa della famosa “Strada dell’Artico” che si snoda attraverso la Finlandia, Svezia e Norvegia.
Trascurata la città, ci rechiamo a visitare la sua maggiore attrattiva: l’interessante
MUSEO DELL’ARTICO
L’Arktikum Kekìskus. Si trova sulla riva dell’Ounasjoki, E’ un complesso costruito nel 1993. Si entra in una lunga galleria con la volta a botte in vetro riquadrato da cornici d’acciaio, che lascia vedere il cielo, quasi a catturarne tutta la luce possibile.
Visitarlo é un benvenuto nel grande Nord. Iniziamo a recepire, dalle esposizioni, ciò che ci attenderà. Durante la visita non dovremo dimenticare che siamo in estate …. l’esposizione è principalmente legata al periodo invernale.
Risultato: l’attesa aumenta. Raggiungiamo
Nel bel mezzo dello strumentalizzatissimo villaggio di Babbo Natale, passa la linea del Circolo Polare Artico. Siamo a 66° 33’ 07 N.
E’ una calda giornata, il termometro segna dai 28 ai 30 gradi e girovaghiamo nei tanti negozi di souvenir. Il villaggio mi delude, credevo di vederlo “addobbato” in tono natalizio, invece è…. scialbetto!!
Entriamo nella casa di Babbo Natale. Fotografiamo la sua stanza (trasgredendo al divieto del cartello segnalatore): dovrò pur farla vedere alla mia bimba cresciutella. E, per il prossimo Natale, la nostra Papi riceverà una letterina con gli auguri a firma: Babbo Natale!! Lasciando, infatti, il nominativo e gli estremi dell’indirizzo, all’efficiente ufficio, gli incaricati provvedono ad inviare, a tempo edebito, gli auguri. Il pensiero carino, ovvio, ha…. il suo prezzo!!
Il muso del camper punta verso Nord.
Siamo nella terra dei SAAMI o più correntemente chiamati: SAMI che in passato si chiamavano LAPPONI .
La traduzione in svedese di Lapponi, vuol dire: “rattoppare” e, stabilito come potesse essere dispregiativo, non fu più consentito. Di qui l’imposizione della parola “Sami”.
I Sami nacquero come un popolo nomade, la caccia alle renne selvatiche e la pesca, la loro attività collettiva. In seguito iniziarono ad addomesticare branchi di renne ed a migrare con loro, a seconda delle stagioni. Sorsero quindi i primi villaggi e gli allevatori si riunirono in una sorta di cooperative.
Per seguire le renne nei pascoli estivi, i sami, utilizzano ancora ora le antiche, tradizionali lavvu, le tende coniche con apertura centrale per la fuoriuscita del fumo, sorrette da un semplice, quanto ingegnoso, sistema di legni e pesi.
La slitta a motore, principale mezzo di locomozione durante il lungo inverno, ha soppiantato totalmente le vecchie slitte.
Con la “novità” delle vacanze in luoghi incontaminati ed ambienti naturali, i villaggi-riserve dei Sami, sono divenuti degli ottimi punti d’attrattiva per i turisti, con il conseguente risvolto economico. E’ piacevole soffermarvisi e rovistare tra i loro prodotti artigianali: dai ricami, ai tessuti coloratissimi ed ai manufatti in pelle di renna.
Ormai i Sami utilizzano le tende solo più a scopo turistico, il loro modo di vivere è stabile, se pur l’allevamento delle renne resta comunque l’attività principe, poiché la sua carne è molto ricercata (che io,però, non ho avuto il coraggio di assaggiare).
L’itinerario che ci conduce da Napapiiri verso Inari, è un susseguirsi di foreste. Mi chiedo che colori avrà l’autunno da queste parti…allorché il fantastico verde di ora, assumerà la caratteristica colorazione rossastra!
Betulle, abeti, pini, fiumi, laghi, fiori, tanti….. tanti fiori rosa, i soliti delphinium, anche qui come in Finlandia, come in Svezia, e sarà così anche in Norvegia. Quale senso di pace i vasti, spopolati, spazi che scorrono….Ogni tanto qualche casa sparsa, sempre molto arretrata rispetto alla strada. Ordinata, estremamente semplice, sempre in legno, fatta qualche rarissima eccezione per il mattone. Il colore predominante è il marrone, con cornici alle finestre, rigorosamente bianche. Lungo la strada all’imbocco del percorso privato, nascoste tra gli alberi, ci sono le buche delle lettere: tante piccole cassettine, quante possono essere le case, sparse nel circondario.
In questa zona ricca, come già detto, di tanti laghetti, molti finlandesi che abitano le città, ci racconta uno di loro, hanno la loro “Mokki”. La piccolissima, ma proprio piccolissima, casetta di legno, che ci aveva incuriositi lungo il percorso. Normalmente ci dice, viene costruita proprio sulla riva del lago, in quanto i finlandesi amano pescare, ma soprattutto amano la natura ed hanno con essa uno stretto rapporto. Il lago poi, così vicino alla casa, viene loro utile anche per immergervisi dopo essere stati nella sauna: loro abitudine radicata.
La Finlandia ha circa 5 milioni di abitanti, su una superficie grande poco più del l’Italia. La densità media è di 15 abitanti per chilometro quadrato. Nella zona in cui ci troviamo la densità è di 2 abitanti per kmq. Non c’è da stupirsi quindi se viaggiando per le strade, per chilometri e chilometri, non incontriamo …. anima viva!
Compensa la mancanza dell’uomo, la conoscenza con
assolute padrone del territorio e delle….strade. Molti i cartelli stradali ad avvisare del pericolo.
Incontriamo la nostra prima renna, simbolo del Nord, ad una quarantina di chilometri dopo Napapiiri.
Viaggiano di fronte a noi Gabri e Aldo. Giornalmente invertiamo l’ordine dei mezzi. Gabriella la vede per prima ed è raggiante nel comunicarcelo. E’ un po’ che ne parliamo ed attendevamo d’incontrarle. Rallentiamo e la osserviamo, la nostra presenza non le è gradita e fugge via, purtroppo!! Poco oltre saremo nuovamente al cospetto non di una, ma di un piccolo branco di renne e perfino con i piccoli! Fermati i motori, con cautela, per non spaventarle, scendiamo armati di macchina fotografica e telecamera. Questa volta ce la facciamo….. e, contenti, risaliamo sul camper dopo averle immortalate, mentre loro, noncuranti, si allontanano. In seguito, salendo sempre più a Nord, sarà consueto incontrarle ed anche a cercare di evitarle…. per non investirle! Sarà pure norma alcune volte, andare a passo d’uomo sulla strada mentre loro tranquillamente compiono il loro percorso.
Costeggiare il lago di Inari e la successiva fermata nel villaggio, cuore della Lapponia, nonché sostare la notte sulla riva del lago omonimo, è una delle tante emozioni che non dimenticherò mai più!
Il tracciato stradale che costeggia il lago, corre lungo le varie anse e consente di ammirarne l’indescrivibile bellezza. E’ pomeriggio inoltrato, quando giungiamo in zona,il sole risplende sempre alto, i suoi raggi scintillano sull’acqua, inondando di riflessi multicolori la miriade di minuscole isolette che punteggiano il lago. La vegetazione é verdissima di pini, in tutte le dimensioni. Le cime ondeggiano lievemente al debole vento, con le capricciose nuvole ad assumere le forme più disparate, in una sinfonia infinita di colori…..
Sostiamo al villaggio, in riva al lago. Ampi sono gli spazi per la sosta (il sostare non sarà mai un problema, ovunque andremo). Sul lato opposto della strada vi sono alcuni negozi con i souvenir in esposizione, un supermercato, un distributore di benzina. Un ristorante è dal lato dove siamo parcheggiati, con altri 2 camper, uno dei quali italiano. Null’altro se non lo splendore del panorama!
Cena e poi passeggiata in riva al lago a godere della visione del sole che non tramonta, ma che per un po’ sarà nascosto da una collinetta.
Le ombre si allungano, le nuvole, molte (al “Nord” il cielo non è quasi mai sgombro di nubi) si tingono, nelle varie sfumature del rosa. Poi…. il sole ricompare da dietro la bassa collina ed i colori delle nuvole mutano il loro aspetto in una sinfonia di colorazioni azzurre… che vanno a specchiarsi nel lago per assumere ancora altre colorazioni e donarle al lago… per farlo cangiare di colori e i toni….é semplicemente un’incanto! E rimaniamo lì… a lungo, incantati ad osservare lo scenario!
Sono le h. 2,00 di un altro giorno… rifacciamo il giro del lago e torniamo di malavoglia al camper, continuando ad ammirarlo dall’interno del mezzo. Pare d’esserci sopra, per come siamo posizionati: Quale dispiacere abbassare l’oscurante e cercare di dormire!
La mattina noi donne effettuiamo una breve puntata al negozio di souvenir. Qualche acquisto: Gabriella pensa spesso ad Alessio, il nipotino di soli tre mesi, per il quale é ancora difficile scegliere dei regalini. Alla mia pupa, anche se è grande, acquisto un alce in peluche con il maglione ed i calzettoni in lana, coi classici disegni nordici.
Inizia il nono giorno di viaggio i km percorsi, ad oggi sono 3700.
La strada da Inari verso la frontiera norvegese è un vero spasso: salite e discese, proprio come sulle “montagne russe”. Il sedime stradale è buono, non molto larga la carreggiata, ma adatta a luoghi dal traffico quasi nullo, per cui “giochiamo” a lanciarci nelle discese e….. discorriamo dell’ormai prossima
Il mare la circonda in buona parte. A Nord il Mar di Barents, ad Ovest il Mar di Norvegia e l’Oceano Atlantico. A Sud il Mar del Nord e ad Est la Svezia. Sempre a Nord tocca la Finlandia.
La Norvegia estende i suoi 385.155 kmq. Lungo una catena montagnosa che copre più della metà del territorio. Ad Ovest il mare ed i ghiacciai formano delle rientranze e delle ramificazioni che penetrano fino nel cuore delle montagne: sono i fiordi. Più a Nord, il mare ha cesellato una costa selvaggia, impressionante con un susseguirsi di isole: Le Vesteralen e le Lofoten. I norvegesi sono 4,5 milioni. Oslo, la capitale e sede del governo, ne conta 500.000.
Il solo nominare, la Norvegia, fa rammentare il fascino esercitato dai Vichinghi: i pagani, selvaggi, ma anche intraprendenti e valorosi guerrieri, che vissero lungo i fiordi, ed erano maestri nel destreggiarsi con le loro veloci navi, dalle caratteristiche vele quadrate e lo scafo poco profondo, quindi facili all’attracco: leggere ed agevoli al trasporto, pure via terra, all’occorrenza.
Scorribandando dall’Inghilterra alla Scozia, l’Irlanda, in parte la Francia (la Normandia) e fino all’Italia meridionale, gli uomini del nord, si spinsero fin sulle coste della Groenlandia e del Canada. E dal Golfo di Finlandia, i Vichinghi svedesi attraverso la Russia, aprirono nuove vie commerciali col Califfato di Bagdad. Nel 900 Harald detto “Bellachioma”, unificato il Paese ne divenne re. L’impresa fu vanificata a seguito di liti per la successione e dal prevalere dei re danesi. Il processo di unificazione riprese con Olav Haraldsson, meglio noto come Olav il Santo, che regnò sulla Norvegia dal 1018 al 1030. A partire dal 1380 la Danimarca e la Norvegia divennero un unico regno. L’unione si dissolse nel 1814, quando la Norvegia passò sotto la corona svedese.
Nel 1905 i paesi si separarono pacificamente e la Norvegia divenne uno Stato indipendente. Nel 1940 fu invasa dalle truppe tedesche ed il Re e la Regina rifiutarono il governo degli invasori. Per 5 anni il Governo Reale Norvegese mantenne l’esilio a Londra. Nel 1960 la Norvegia non aderì all’Unione Europea. Nel 2001 sottoscrisse il trattato di Schengen. Inutile ricordare che la Norvegia fa parte della NATO.
IL SOLE DI MEZZANOTTE
Tradizionalmente è una delle principali attrazioni del viaggio in Norvegia, uno spettacolo riservato alle regioni a nord del Circolo Polare Artico.
L’asse di rotazione terrestre é inclinato rispetto alla direzione dei raggi solari, cosicché per un certo periodo, alcune regioni del globo terrestre restano illuminate durante l’intero periodo di rotazione del globo su se stesso (ventiquattrore) e le altre, agli antipodi, restano per la stessa durata, completamente al buio. Il periodo durante il quale si può assistere al fenomeno varia con la latitudine, più precisamente si allunga quanto più si sale a Nord.
Ad esempio:
Luogo Sole di Mezzanotte Periodo di buio
Capo Nord 11/5 – 31/7 18/11 - 24/1
Hammerfest 13/5 – 28/7 20/11 – 22/1
Alta 16/5 – 26/7 23/11 – 19/1
Attraversiamo quindi la frontiera a KARGASNIEMI. Siamo nel FINMARK.
La strada curvosa…. non è più giocosa: è alquanto impegntiva. In lontananza le prime macchie di neve. Una foresta di betulle: e se ci fossero i funghi? Meglio controllare: in pochissimo tempo ne troviamo un bel mucchietto, abbastanza, tanto da progettare una polentata coi funghi a Capo Nord!
Arrivati a Lakselv, ecco il nostro primo fiordo: il Porsangenfjord.
I FIORDI
Per inciso, occorre ricordare, che nel corso di 2/3 milioni di anni, imponenti masse di ghiaccio, dello spessore di qualche migliaio di metri, scivolarono giù dalle montagne scavando, col loro enorme peso, il terreno e le rocce. Un lavoro minuzioso e costante, di qualche millimetro ogni anno, che fece apparire, al loro ritirarsi, valli profonde, colmate, in seguito, dalle acque marine.
Per i norvegesi i fiordi hanno avuto ed hanno un grande significato. Furono da sempre utilizzati, quali via di comunicazione da coloro che si stabilirono in queste regioni montuose. Facilitarono il raggiungimento di case e villaggi, sparsi sulle loro sponde, evitando pertanto la costruzione di lunghe ed onerose strade terrestri.
Ed a proposito di Fiordi…..
L’HURTIGRUTE : il mitico battello postale.
Nacque nel 1893 quale unico mezzo indispensabile al raggiungimento delle località sperdute, nell'infinito dedalo di braccia di mare, create dai fiordi. Esso consentì, col suo intersecarsi nel labirinto dei fiordi, il trasporto ed il commercio del pesce e dell’olio di fegato di merluzzo, principalmente provenienti dalle Vesteralen e dalle Lofoten. E permise giungesse, finalmente, in tempi ragionevoli, alla gente dei villaggi, la tanto attesa posta, che in luoghi dove la solitudine imperava, era l’unico contatto con altri esseri.
Attualmente l’Hurtigrute, partendo da Bergen, approda a Kirkenes, verso il confine russo, in 6 notti e 5 giorni, è ormai solo più una nave da crociera, che consente ai passeggeri di ammirare, dal mare, i fiordi.
Al postale, ci è stato raccontato, mai è accaduto di attraccare….solitario, ai vari pontili: accadeva nel passato vi fossero sempre molte persone ad attenderlo ed accade tuttora, pur essendo mutate le ragioni dell’attesa.
Il Porsangerfiord, è la nostra “veduta” dal punto sosta per il pranzo, ed alcune renne poco lontane ci tengono compagnia, pascolando tranquillamente tra i pini, per nulla impaurite dalla nostra presenza.
Mio marito, amante degli animali, va loro incontro, lo guardano, lo fan quasi avvicinare e poi fuggono, ma non si allontano di molto. Si consola, il consorte della sua pia illusione di poterle toccare… cercando funghi. Torna trionfante, con un abbondante bottino. son dei belli e ciccioni funghi porcini! Saranno almeno 2 chili. Quando mai gli è capitato! Invidiosissimi noi tre prendiamo “appuntamento” per il dopo pranzo. Ne troveremo ma non quanti lui.
Il termometro segna 14 gradi. Addio ai 28/30° dei giorni scorsi. Puntiamo ancora a Nord. L’avvicinarsi della meta ci dà entusiasmo e non ci curiamo troppo della nuvolaglia nera che incombe.
Il tunnel che conduce a Honnisvag è lungo 6,8 Km. e scende ripidamente a 212 metri sotto il livello del mare, per poi salire altrettanto ripidamente. Fa un certo effetto percorrerlo. Fa anche “un certo effetto” l’esazione del tiket !! Infatti, grazie alla lunghezza del nostro mezzo, che supera di un metro, la categoria dei più convenienti 6 metri, paghiamo un prezzo superiore di due volte a quello preteso dai nostri amici… che stanno nelle dimension. In futuro, durante le innumerevoli esazioni, qualche volta, riusciremo, come suol dirsi, a farla franca, pagando la categoria inferiore.
Percorriamo il centinaio di chilometri che ci separano da Capo Nord, con un tempo che pare divenuto improvvisamente invernale: pioggia, vento, nuvole basse e visibilità 15 metri. Il desiderio però di raggiungere la meta, prevale sulla mia proverbiale fifa della nebbia, che mi farebbe dire a mio marito: fermati!.
Ogni tanto dalla nebbia bassa sbuca un ciclista, carico di bagagli. Tanti ne abbiamo incontrati, e ovunque ne incontreremo: molte le donne. Ne vedremo alcuni, vittoriosi, piantare la tendina sulla spianata di Capo Nord!
Il paesaggio lattiginoso è, via, via, sempre più desolato di vegetazione: non crescono più alberi. Molte però sono le renne che pascolano qua e là, la poca erbetta.
L’odiosa nebbia si dirada un po’. Finalmente siamo in vista dell’Osservatorio e poi del Centro Turistico con la sua inconfondibile cupola: il “Capo” ormai è in vista, ci diciamo al cb, con i compagni di viaggio.
Oltrepassiamo l’asta che conduce all’immenso piazzale a parcheggio: paghiamo il tiket, che consente la sosta per 48 ore.
L’occhio va al contachilometri per fissarci nella mente la distanza da casa: 4080 chilometri. E’ il 22 luglio e 10 sono stati i giorni di viaggio.
Ci siamo! Parcheggiamo i camper e…. subito alla Rocca del Capo, ad affacciarsi sul mar Glaciale Artico!
Il luogo è posto su una roccia di granito scuro a 307 metri sul livello del mare. Siamo al 71°10’21”. Qui il sole non tramonta dall’11 di maggio al 31 di luglio.
La sensazione dell’infinità del Mar Glaciale Artico, del Polo Nord e dei suoi ghiacci eterni inonda i pensieri ….e trattiene alla contemplazione del creato. Quanti italiani avranno messo piede sul promontorio, dopo il primo nostro connazionale, Francesco Negri, un francescano, giuntovi nel 1664, non certo con la facilità attuale?
Sulla rupe vi é un “Globo terrestre” di fili metallici: è il simbolo di Norkapp!.
Scattiamo fotografie e filmiamo, anche se il cielo è coperto.
Entriamo nel Nordkapphall, il grande Centro d’Informazioni inaugurato nel 1988 che si sviluppa su tre piani, di cui due sottoterra. Offre un gran numero di servizi, compresi un ristorante, un negozio di souvenir e perfino una suite, collocata nella cupola.
Lo esploriamo con curiosità. Scendiamo nella lunga galleria dove, in ordine di percorrenza, vi è la ricostruzione di scene della storia dei primi viaggiatori giunti a Capo Nord, a cominciare dall’inglese Richard Chancellor che nel 1553 impose il nome alla rupe. La cappella per tutte le religioni e più in fondo.
Scavata nella roccia, ad anfiteatro, in grado di ospitare trecento persone, la grande sala, dalla cui enorme vetrata si ha l’ampia visione dell’orizzonte, stando comodamente seduti sulle poltroncine del bar ivi collocato. Fuori, sulla terrazza, è visibile un orizzonte…. ancor più ampio!!
Dal lato opposto della galleria notiamo la sala dove proiettano un audiovisivo sui luoghi. Trascuriamo la visione del filmato, temporaneamente, in favore dell’appetito: era programmata una cena celebrativa dell’avvenimento e così sarà.
Estratti dal frizeer alcuni provvidenziali ingredienti, Gabri ed io entriamo nella parte delle perfette cuoche. Il menù era già stato concertato nel lungo andare: antipasti vari, polenta, funghi… di giornata, spezzatino di vitello, salsiccia al sugo, costine idem, formaggi ed infine, il dolce. La cui crema, che già avevo approntata a pranzo, aveva finito di raffreddare, durante il viaggio sul mio lettone (ben puntellata), onde evitarle sgraditi ribaltamenti!! Al vino penseranno gli uomini, sottraendolo dalla loro scorta portata da casa. Non c’è che dire una cena proprio a basso contenuto calorico!
Il riscaldamento è acceso e, mentre ceniamo, pioggia ed vento battono il camper, senca far cenno di cessare. Il clima trattiene le persone al coperto. Ogni tanto qualcuno corre veloce per raggiungere il Centro Turistico.
E’ ben strano quest’inverno nel bel mezzo dell’estate!!
E’ il caso di far saltare il tappo ad una bottiglia di champagne!
Usciamo per recarci nuovamente al Centro Turistico che disterà un centinaio di metri dal nostro camper. Piove: l’acqua pare sia nebulizzata ed il vento rende inservibile l’ombrello…. Il parcheggio non pare più quello guardato mentre cenavamo: ora il posto sembra preso d’assalto. Sono infatti giunti, nel frattempo, un considerevole numero di pullman, come abitualmente accade ogni notte. Sono turisti dalle più svariate nazionalità, che alloggiano nei vicini villaggi o che sbarcano dalle navi da crociera ancorate nei pressi del Capo. Dopo la mezzanotte verranno ricondotti tutti ai luoghi di provenienza.
Tutti attenderanno la mezzanotte: tutti speranzosi come noi, di vedere “il Sole di Mezzanotte”. Non sarà la volta buona: la nebbiolina, se pur un poco diradata, non abbandonerà mai il Capo e continuerà a piovviginare, nascondendo il sole!!
Giroliamo un po’ per il Centro Turistico, poi scendiamo alla sala dove viene proiettato l’audiovisivo sui luoghi, realizzato dall’italiano Ivo Caprino. E’ proiettato su uno schermo a 225°. Tema: “Il susseguirsi delle stagioni sull’isola”. Le riprese effettuate da un aereo sul Capo e dintorni danno l’impressione di esserne a bordo; lo stesso dicasi per quelle effettuate sott’acqua. E’ un video molto interessante: in quindici minuti di proiezione, si ha la possibilità di vedere gli usi e le abitudini degli abitanti, nonché tutti i paesaggi dei villaggi del Capo, nel succedersi delle stagioni.
Usciamo all’esterno e raggiungiamo il “Globo”, la zona che lo circonda è affollata di gente. Rientriamo veloci, per non inzupparci troppo e facciamo una capatina nel negozio di souvenir. Anche qui la folla è notevole. Osserviamo i salati prezzi e compriamo, per intanto, solo delle cartoline.
Per questa sera… di sole non se ne parla! Torniamo ai camper: ancora due dolcini, finiamo la bottiglia di champagne e poi a nanna…. in “capo al mondo”!!
E’ la prima mattina, da che siamo partiti, che la sveglia non fa sentire il suo trillo. Ritorniamo al Centro: effettuiamo qualche acquisto… pensando ai gusti di nostra figlia. Un’altra occhiata all’audiovisivo, una passeggiatina ed è l’ora di pranzo.
Nel pomeriggio esploriamo la zona in cui sono la statua della Madonna col Bambino ed i Sette medaglioni. Il primo, opera di alunni di una scuola di Modena e monumento posto a ricordo dell’affondamento di una nave tedesca nel 1943. I secondi sono medaglioni di pietra con disegni di bambini, di 7 Nazioni diverse. Le foto ricordo sono di rito.
Il tempo rischiarato c’invoglia, passo dopo passo, ad una lunghissima passeggiata sul promontorio ad ammirare il mare, calmissimo, dalle rocce a picco.
Ci rechiamo ancora una volta a vedere ed è la terza, l’audiovisivo, che ci attrae particolarmente. Alla quarta, quando saremo solamente in 6 persone (di giorno c’è poca gente) e mancando il personale addetto al controllo del divieto di riproduzione, poco correttamente, Miki estrae la telecamera, la punta…. e carpisce le immagini proiettate (ed abbiamo scoperto, poi, non essere i soli indisciplinati!!). Le immagini non renderanno così come viste, ma resteranno, con le successive altre due occasioni in cui visioneremo audiovisivi, al Circolo Polare Artico ed al Museo della Marina di Oslo, un souvenir davvero speciale.
La sera finalmente tra la solita moltitudine festante, dove non è insolito sentire l’inconfondibile stappar di bottiglie, il sole fa vedere i suoi bagliori tra le nuvole, proiettandoli sul mare proprio attraverso il “Globo”. Esattamente come lo si vede sulle cartoline, siamo capitati al momento giusto: è emozione!
E’ anche emozione vedere l’emozione sui volti delle tante persone di tutte le razze, che mi stanno accanto!
Un sonno. Ed il risveglio è nuovamente immerso nelle nubi. Il pieno dell’acqua nel serbatoio, una controllatina al termometro che segna ancora 5 gradi (nonostante siano già le h. 9,00) ed i motori dei camper ronzano nell’addio.
Sulla strada verso Sud, consideriamo coi nostri amici, attraverso il CB, che Nordkapp non sarebbe stato Nordkapp, vissuto….in modo terso. E’ stato giusto così: uno scorcio d’inverno, in piena estate
A SCARSVAG scendiamo al porticciolo. Le barche ancorate, il villaggio silenzioso. Non c’è più nebbia, il freddo è meno intenso. Quattro passi gradevoli in uno scorcio che pare un quadro.
Proseguiamo per Honnisvag, ci inoltriamo nel tunnel già percorso e dirigiamo verso Hammerfes, non mancando, strada facendo, di acquistare dello stoccafisso, la prima pelle di renna (saranno tre in totale alla fine) e ben tre paia di grandi corna di renna che, formatene un fascio di notevoli dimensioni, il mio compagno lega sulla bagagliera del tetto del camper.
La deliziosa cittadina, posta in una posizione fantastica, distesa com’é sulla destra dell’imboccatura del fiordo è resa ancor più pittoresca dalle sue case colorate, che fanno da corolla all’insenatura.
La zona tutt’intorno non ha alberi, per il semplice fatto che qui… non ne crescono. I pochi alberelli che si vedono, sono quelli piantati e coltivati, nei giardini delle abitazioni.
Ha il primato di essere la città più a Nord del mondo e quello di essersi per prima in Europa, nel 1891, dotata d’energia elettrica per le sue strade. Ha purtroppo un altro triste primato, quello di non avere antichità essendo stata più volte distrutta. Dapprima da Napoleone, poi da 2 uragani ed infine, dai nazisti, che l’hanno rasa al suolo.
Hammerfest, ci offre, col suo “SOLE DI MEZZANOTTE”, uno scenario che resterà indelebile nella memoria.
Ci imbacucchiamo bene (fa freddo) e fin dalle h. 22,00 prendiamo posizione di fronte all’imboccatura del fiordo, dove il sole alto su di esso, dona ai nostri avidi occhi, il “meraviglioso spettacolo di se stesso”.
Rimarremo tre ore ad osservare i giochi di luce sui fiordi, sul calmissimo mare e sulle due minute isolette proprio davanti a noi, che ci troviamo sopraelevati di un centinaio di metri. Alla nostra sinistra la riva del fiordo ed alla destra la città. Che scenario indescrivibile vedere i raggi solari filtrare tra la moltitudine di nuvolette….. infuocandole!
Come il solito, chiudere fuori la luce, abbassando l’oscurante è solo perché la ragionevolezza prende il sopravvento sull’insaziabilità.
La mattina ci svegliamo ed il sole è coperto da spesse nubi. Mi viene dal profondo: grazie per questa notte!
Da queste parti, si è ormai imparato, il tempo muta velocemente, sarebbero bastate le poche ore centrali della notte a trovarlo dispettoso ed avremmo dovuto rinunciare a tanta gioia.
Partiamo. Attraversiamo ancora la terra dei Sami. Il tragitto si snoda per buona parte nella tundra, che regala dei deliziosi fiori, sul cui stelo si apre uno spumoso piumino bianco.
Dirigiamo verso
ALTA
che si affaccia sull’Altafjord.
Durante il percorso i piovaschi si sono sprecati e quando entriamo in città ancora piove, senza senso. Sostiamo davanti all’estesa area museale all’aperto ove sono le importanti incisioni rupesti di Hjemmeluft, patrimonio dell’Unesco e la pioggia non accenna a smettere. Sarei l’unica “interessata”… a prendermi la lavata. Il tempo è tiranno. I graffiti preistorici rinvenuti nel 1973 e risalenti tra i 6200 e 2500 anni fa, restano…. nella lettura: un motivo in più per tornare da queste parti.
Con le nuvole e pioggerellina più o meno intensa costeggiando i vari fiordi, prendiamo prima un primo traghetto da Oderdalen a Lingseidet, un secondo da Svensby a Breivikeidetel e nel pomeriggio, ormai assolato, del dodicesimo giorno di viaggio, con alle spalle 4760 km., siamo in prossimità di
TROMSO
La città sorge su un’isola collegata da ponti. Dal lato di nostra provenienza, fa bella mostra di sé, affacciata sul ponte che porta in città, la moderna “Cattedrale di Ghiaccio”, a forma di iceberg, costruita nel 1965, il cui lato orientale è formato da un’enorme vetrata, la più grande d’Europa, alta 23 metri.
Temperatura 13°. Un giro esplorativo (come il solito) in città col camper, fissa di mio marito che “costringe” i compagni di viaggio ad….. assecondarlo, anche nelle grandi città, prima di trovare una sistemazione. E sostiamo nel parcheggio adiacente il Tromso Museum.
La mattina, all’apertura, siamo i primi ospiti. C’è un notevole sconto per gli over 60. A Gabri viene la repentina idea di chiedere 4 biglietti: over 60. La guardo interrogativa. Delusione: prendono anche noi due per “vecchiette”, ma risparmiamo!! C’invecchieremo ogni qual volta non ci verrà richiesto esplicitamente un documento.
Il Museo è interessante, molto è il materiale espositivo su vari argomenti: zoologia e botanica, archeologia ed età vichinga, cultura Sami e spedizioni polari di Amundsen.
Raggiungiamo il vivace centro cittadino di Tromso che è chiamata la “Parigi del Nord”, è la sola città industriale che si trovi a nord del Circolo Polare Artico. Percorriamo la sua strada principale. Non siamo più abituati alla, se pur non molta, confusione. C’inoltriamo nel mercatino, soprattutto turistico. La frutta e la verdura in questo Paese è esposta con estremo ordine in piccole cassette, pochissime le qualità. D’altra parte loro, eccetto che fragole e lamponi, non producono, per cui la frutta è quasi tutta d’importazione ed i prezzi sono, per conseguenza, elevatissimi. I frutti normalmente sono acquistati a numero.
Non so bene come capita, ma capita…. Per la serie: ”se no, che cosa racconteremo”, Gabri ed io, con Miki (forse distratto) a sostenerci, vediamo delle bellissime ciliegie e, all’uso italiano, ne ordiniamo d’impeto, entrambe, un chilogrammo. Il giovane verduriere, cerca di attrarre la nostra attenzione, ovviamente in norvegese, sul peso. Lo rassicuriamo con ripetuti cenni del capo a dire “si”, pur non capendo un’accidenti, e paghiamo. Aldo, giunto in quel momento, ha l’aria pensosa..... poi ci domanda se ci siamo rese conto che…. abbiamo pagato le ciliege, due volte il prezzo dell’ultimo traghetto!! Lo guardiamo: le nostre “lampadine” si riaccendono. Insomma, tanto per farmi capire, come un mezzo pieno di gasolio, per intenderci! Beh: che dobbiamo fare? ci arrabbiamo o ci ridiamo su?.... Meglio quest’ultima soluzione che certamente giova di più alla salute e all’umore! Occorre dire che… erano buonissime! Di lì in poi, ogni riferimento ad eventuali spese, la battuta ricorrerà alle “preziose” ciliegie, che entrano così nel lessico abituale.
Torniamo sulla Storgata, la via principale con le numerose case in legno del primo ‘800 e poi La Domkirke, la Cattedrale, del 1861. Uno dei più vasti edifici in legno della Norvegia. Passeggiando lentamente facciamo ritorno ai nostri mezzi.
Riprendiamo la marcia costeggiando il Baisfjorden. Alcune persone sono stese nei prati adiacenti a prendere il sole e, non so con quale coraggio, una ragazza nuota nelle gelide acque marine!!
Ci inoltriamo nei consueti panorami: montagne, cascatelle, chiazze di neve. Che piacere: é nuovamente Nord!
La sosta per la notte è a Bogen, un minuscolo villaggio subito dopo la più importante Bierkvik. E’ tardi, come il solito. Cena e, come consuetudine, ormai che non fa più freddo, quattro chiacchiere fuori, a dirci quanto è bella la visione dell’insenatura che chiude il fiordo.
Il giorno successivo le
VESTERALEN
Un susseguirsi di panorami mozzafiato per le montagne di boschi verdi, punteggiate da case di legno rosso scuro, a cui spesso sono accostate minuscole casette, gioco per i bambini. Il tutto a riflettersi nei vari stretti fiordi e laghetti, dagli antri intriganti. Infinita la ridda di colori, a riverbarsi nell’acqua, mutanti al solito capriccio delle nuvole, illuminate dal sole.
Pranziamo al cospetto di tanto spettacolo, circondati dai fiori dal lungo stelo con l’infiorescenza a grappolo rosa che si trovano ovunque: i delphinium
Come si sta bene! L’ultima cosa che vorrei è sentire il motore ronzare….ma ronza.
Il tempo peggiora notevolmente, il mare è grosso, è il momento delle scelte: decidiamo per il sud. Lasciando per una prossima volta la vista delle balene a bordo della baleniera e la vista delle aquile, delle quali una precisa segnalazione del luogo, c’era stata fornita da persone incontrate sul primo traghetto.
Siamo già a Melbu, ci attendono le
LOFOTEN
Sperimentarle com’è successo a noi credo sia il massimo per…..”gustarle” a fondo nella loro veste (da quanto sentito)…. più abituale, ci sono mancati il buio e la neve… e ne avremmo avuta la gamma completa!!
Tutto il percorso fino ad “A”, l’ultimo paese delle Lofoten, si è svolto in un succedersi ordinato e ripetitivo di: vento feroce, pioggia battente e sole sfolgorante. Ripetitivo ad una velocità ancora mai provata, in altri luoghi.
E…. i famosi monti di roccia piramidali delle Lofoten, che si innalzano verticali dal mare, ci sono appaiono a volte tenebrosi, coperti da basse e scure nubi ed altre, allorché il sole li illumina: cangianti. Uno spettacolo da vedere!
E…. qui, le “Rorbuer”, le tipiche case su palafitte dei pescatori, sono ….duplicate, per il loro rispecchiarsi nell’acqua!!
ABELVAG
E’ un villaggio a pochi chilometri da Svolvaer, arricchito da una vasta zona museale. Acquistiamo i biglietti per i tre musei della zona.
Iniziamo con il Museo delle Lofoten che è realizzato intorno ad un vecchio centro di pescatori.
L’edificio principale è del 1815 ed ospita diverse esposizioni. L’edificio è completamente arredato e la particolarità delle grandi stufe non sfugge; alcune sono in maiolica. Fra le altre, una stanza è dedicata a bellissimi modellini di barche. Altra, proprio curiosa, contiene addirittura la biancheria intima indossata dalle signore d’allora, ricca di pizzi sul semplice tessuto, ma anche i mutandoni degli uomini, un paio dei quali, con più rattoppi che tessuto sano.
Con mio marito, sempre nell’area museale, seguiamo il percorso alla ricerca dei ricoveri per le barche d’epoca, allorquando veniamo colti da un improvviso quanto intenso acquazzone. Certo buffo sarebbe stato vederci accucciati ciascuno sotto il proprio ombrello a due piazze… compresso sulle nostre teste dal vento, che scende verticalmente su di noi. Realizzo la situazione e vengo colta dalla… ridarella. Da sotto l’ombrello mio marito mi guarda interrogativo. Forse ….non ha colto il lato buffo della situazione: paiamo due funghi!
Come d’incanto il finimondo termina e proseguiamo, umidicci, la ricerca dei capanni che non meritavano certo di essere trascurati. Infatti vedere le vecchie barche nei loro ricoveri ed i luoghi ben poco confortevoli, dove i pescatori si ristoravano e riposavano dopo aver riposto il pescato, ci ha consentito di meglio comprendere la misura della fatica ed il disagio del loro vissuto.
Andiamo a vedere l’Acquario. Nella parte esterna una piscina per le foche e la vasca per le lontre. Nella parte chiusa: 23 acquari di varie dimensioni, con pesci e fauna ittica della regione artica, nonché varie diapositive. All’interno per un po’ seguo il consorte e poi è più forte di me, non sono proprio amante di alcuni generi di pesci e prima di sognarmeli la notte abbandono l’estasiato marito, per andarmi a cercare un altro motivo…... per non dormire e per riflettere.
Raggiungo lì vicino, la Galleria di Espolin, dove é esposta la collezione unica delle opere di Kaare Espolin Johnson. L’artista ritrae la vita dei pescatori, delle loro mogli, le barche, il mare aperto, la storia delle Lofoten, i drammi. Ero curiosa di conoscerne le opere, avevo avuto occasione di vedere qualche fotografia dei suoi quadri su una rivista. E, lungi da me l’idea di esprimere un qualsiasi giudizio dal punto di vista critico, ritengo sia stato indubbiamente molto bravo a rendere ciò che intendeva mostrare. Che tristezza coglie in quelle sale! I quadri hanno toni scurissimi, i personaggi l’atteggiamento ansioso e teso, le figure sempre massicce con lo sguardo dolente, angosciato. Il mare è raffigurato sempre tempestoso. Nulla, nel suo dipingere, lascia presagire ad un qualche spiraglio di luce, di speranza, né tanto meno serenità.
Terminata la visita, seduta in una delle sale, rifletto ancora, come sempre da che sono a queste latitudini, su quanto il mare e la natura selvaggia abbia e continui ancora oggi, a condizionare l’uomo.
Prelevata da mio marito, raggiungiamo gli amici che erano andati a fare la spesa e compiamo un rapido giro per SVOLVAER, un’occhiata al suo vivace porticciolo e proseguiamo.
Ci ospita per la notte un suggestivo villaggio di pescatori.
HENNINGSVAER
Un gioiello di villaggio, molto popoloso quando è l’epoca della pesca, che si svolge nei primi mesi dell’anno. Ora è deserto.
Si stende su tre isolette collegate tra loro da stretti ponti. Il paese è dominato dal monte Vagekallen, “il re delle Lofoten”. L’anedottica narra che in passato occorreva scappellarsi al suo cospetto, in segno di rispetto e soprattutto toccava compiere il gesto a chi, per la prima volta, metteva piede alle Lofoten.
Per raggiungere il paesino occorre percorrere diversi ponti, ove il camper ci passa di misura. A lato della carreggiata corre un piccolo marciapiede. Non esiste semaforo: difficilmente alle Lofoten viene utilizzato per i ponti. Ad onor del vero però bisogna dire che gli automobilisti sono molto educati, per cui alle volte accade perfino che a metà ponte, entrambi si faccia retromarcia per concedere il passo.
Transitare sulla strada che raggiunge Henningsvaer, vederne la costa ed il mare, è già di per sé uno spettacolo. Il fastidio provato dal solito vento e pioggia per raggiungere questo angolo di mondo, dove pare di essere in mezzo al mare, è ampiamente ripagato da ciò che troviamo.
Nella piazzetta, arrestiamo il veicolo accanto alle rorbuer affacciate sull’acqua. Ci sentiamo integrati nel villaggio, pare d’essere anche a noi, col nostro mezzo, “una casa palafitta”. Dall’interno del camper si vede solamente la stretta passerella antistante le case, con le barchette ancorate.
Dopo cena, poiché ancora non viene mai notte, siamo invogliati ad una lunga camminata. Prima girovaghiamo curiosando le case palafitta, passeggiamo sui piccoli pontili e poi ci dirigiamo al faro. Allorché emergiamo allo scoperto dalla protezione delle rocce, che formano la piccola baia, dobbiamo affrontare una dura lotta col vento. Che rappresentazione! Mare aperto increspato dal forte vento, isolette, nuvole argentee, quelle che sempre danno il tocco…. di assoluta specialità. Sono le 0,30 di un altro giorno.
Durante la nostra passeggiata (siamo rimasti fuori oltre due ore), abbiamo incontrato in tutto….3 persone!! La gente, ormai abbiamo notato, eccetto che nei centri più grandi, e questo vale per tutta la Norvegia, esce poco di giorno e praticamente per nulla la sera. E’ pur vero che sono anche tanto poche le persone da queste parti!!
Di notte, a letto, mi chiedo se sono in barca: il vento soffia furioso. Mio marito prova a spostare il camper al centro della piazza, balliamo ugualmente, ma perlomeno non ho più timore che un colpo ben assestato, ci mandi a bagno!!
La fermata successiva è un altro posto da vedere
NUSFJORD
Anche questo, un incantevole villaggio di pescatori e meta turistica che, scopriremo, conta solamente 27 residenti. Nel suo minuscolo porticciolo, su una parete rocciosa nidificano i cormorani.
Le sue rorbuer risalgono al secolo scorso. Pare sia ritenuto il più bel paese delle Lofoten ed è inserito nei monumenti da salvare dell’Unesco.
Fatto certo è che tutti questi paesi sono: uno più bello dell’altro!
E’ piovuto, ha smesso, ha ricominciato ed anche qui non piove quando decidiamo di scendere ed andare a provare come si cammina sulle passerelle delle case palafitta, da cui vediamo, molto bene, i cormorani che ci stanno tranquillamente dinnanzi.
Acquistiamo ancora altri stoccafissi e li stiviamo con gli altri: in un gavone non collegato con l’interno, perché olezzano in modo indecente.
A Nusfjor conosciamo Michele Sarno, un italiano che produce e vende oggetti in argento ed altro, in un negozio di souvenir. Il Sarno è un personaggio particolare. Ha viaggiato e vissuto in vari luoghi della Norvegia, tra cui la Lapponia. Ha sposato una ragazza dell’isola di Capo Nord, si è separato, ed ha fatto il pescatore, di merluzzi s’intende. Ed infine, nel suo andare è approdato a Nusfjord, qualche anno fa. L’occasione non mi scappa: lo torchio, come torchio sempre tutti quelli che mi capitano sotto tiro, sennò che cosa mi porto a casa? E lui ci sta volentieri.
Sollecito Sarno a parlare del popolo norvegese così come, nella sua lunga esperienza, ha potuto conoscerlo.
Iniziamo affrontando l’argomento solitudine. Racconta di quanto poco gli individui si relazionino, eccezion fatta in occasione di “feste”, durante le quali si raggruppano volentieri e di quanto, per il resto del tempo, le famiglie rimangano chiuse nel loro ambito.
Narra dell’inverno, quando il tempo spesso e volentieri inclemente, costringa gli uomini a stare in casa. Case normalmente piccole, dove la vita, per lo più, si svolge tra le pareti della cucina. Del fastidio delle mogli che mal sopportano la presenza incombente del marito nei piccoli ambienti. Della difficoltà degli uomini a non far trasparire l’ansia, alle loro donne, ogni qualvolta guardano dalla finestra il mare burrascoso. Dei loro scarni dialoghi i cui argomenti principali sono: le condizioni del tempo, il pesce e il mare. Del loro essere cordiali ma poco espansivi.
I ragazzi conquistano molto presto l’indipendenza. Fin dall’età di 16 anni, normalmente, spesso vivono per conto proprio. Studiano con i prestiti dello Stato al 6-7% e tutti, in genere, hanno l’abitudine a far prestiti, in pratica… per tutta la vita.
I giovani viaggiano molto e, tanto quanto sono attenti alle convenzioni in patria, tanto non lo sono all’estero. Viaggiano anche gli adulti. Tutti hanno smania di viaggiare ed appena possono lo mettono in pratica anche se sono alquanto acculturati.
Un problema è il bere, bevono, sostiene, comunque e dovunque e il loro bere è a 90°, le volte in cui si ritrovano quindi accade, spesso e volentieri, che si sbronzino.
Molto efficiente è il sistema sanitario. Parecchio sentito è il problema dell’handicap.
I divorzi sono in gran numero e gli uomini sono un po’ intimoriti, secondo il Sarno, dal matrimonio. La legge tutela molto bene la donna divorziata. I matrimoni sono comunque numerosi e numerosi sono anche i figli che mettono al mondo.
Alla mia domanda quale sia il reddito pro capite, mi informa che uno stipendio minimo è 3.500.000 di vecchie lire. I pescatori guadagnano molto più degli altri. Molte sono le persone impiegate nei servizi.
Michele ha nostalgia di alimenti italiani per cui gliene preparo una borsa, idem Gabriella. Lui contraccambia, cortese, con un ciondolo in argento corredato da relativa catenina, ad entrambe. Valore sicuramente superiore al ricevuto che però lui sostiene…. non avere prezzo quanto lui ha avuto da noi.
Raggiungere Reine è una bella avventura a causa delle solite inclemenze del tempo. Il vento e la pioggia battente sferzano il mezzo che fortunatamente tiene bene. L’autista sembra tranquillo, io no. Ogni ponte che vedo mi nasconderei, invece, stoicamente, filmo (per la solita mania di portarmi a casa i ricordi anche visivi). Il film renderà bene l’atmosfera vissuta,e quando lo guarderò mi complimenterò per il tono… ironico. Chissà….mi sarà servito per scaricare la tensione??
Filmo quell’angolo stupendo che è Reine dai tanti ponti da percorrere prima di raggiungerla. La piccola città é chiamata: “La perla delle Lofoten”. Anche questo è un villaggio di pescatori.
Siamo fortunati: anche a Reine, smettono pioggia e gran vento appena spenti i motori.
Le pareti delle montagne sono a strapiombo, le case di color rosso scuro, come negli altri paesi sono a palafitta, anche in questo posto il turista va alla ricerca, come nelle altre zone, delle rorbuer. Ve ne sono molte anche di nuova costruzione, attrezzatissime, che vengono affittate, perfettamente arredate, quali casette-vacanza.
Il sole fa la sua comparsa e ci avviamo per la solita passeggiata curiosa, finendo .… a curiosare, grazie alla compiacente cordialità di un’inquilino, le rorbuer-vacanza, anche al loro interno, con tanto di erbetta sul tetto.
Ripresa la marcia e sorpassata Moskenes, dirigiamo su “A”, l’ultimo paese delle Lofoten. Qui c’è il museo dello stoccafisso ma olezza così tanto che… glissiamo sulla visita.
Scattiamo una fotografia sotto il cartello stradale, “A”, appunto, attratti dalla particolarità del nome, col villaggio a farci da sfondo e torniamo a Moskenes, dove ci accodiamo in attesa del traghetto che ci condurrà a Bodo.
Addio quindi mitiche Lofoten. Un addio anche alle Vesteralen, ancora poco conosciute, ancora in buona parte vergini .… e romantiche come di più è impossibile.
Saliamo sul traghetto per Bodo alle 20,30 e se speravo di effettuare una traversata tranquilla mi sono sbagliata di grosso. Non conoscendo la lingua, non sarò mai a conoscenza della forza del mare, certamente enunciata dall’altoparlante: mi è sufficiente guardare il cielo attraverso i vetri sparire a favore del mare e viceversa….!!!
Mi rassegno e cerco di consolarmi pensando che in fondo sono traghetti che ben poco conosceranno il mare calmo. Attorno a me c’è un sacco di gente che si sente male….. fortuna io patisco solo di fifa!!
Ci scappa anche una mia performance: tornando dalla sala del “vizio” (fumatori), Gabriella ed io, camminiamo reggendoci a tutto ciò che troviamo. Non è sufficiente: plano tra le poltrone!! Compatibilmente col movimento della nave mi rialzo, cercando d’essere noncurante. Come “Fantozzi”, andrei ad urlare in un qualche posto nascosto, per il dolore della botta presa alla schiena. Intanto qualcuno…. che mi è molto vicino, il quale sta controllando il suo stomaco con esercizi di respirazione, che pare funzionino, veloce, punta la telecamera ad immortalare la scena: che carogna di marito!
In prossimità della costa, il mare comincia a comportarsi meglio. E, messo piede sulla terra ferma, ci accoglie una calma Bodo, perfino il vento è scomparso. Finalmente si può presagire un sonno tranquillo: il vento l’abbiamo lasciato in mare.
E’ la seconda domenica che trascorriamo fuori dall’Italia. I Km. 5400 ed è il quindicesimo giorno da che ce ne siamo allontanati. SALTSTRAUMEN
Eccoci dal ponte, da cui si vede il Maestrolm, la corrente che provoca pericolosissimi vortici. Qui ogni 6 ore si riversano nell’insenatura circa 400 milioni di metri cubi di acqua, sia in entrata che in uscita e, allorché si verifica la luna nuova o la luna piena, la velocità dell’acqua raggiunge i 20 nodi (32 Km. all’ora).
L’ufficio del turismo in zona, ci fornisce il calendario dei passaggi e gli orari. Attendiamo nella tranquilla verde sosta, proprio adiacente al ponte, l’ora stabilita di massima piena per la giornata, che sarà alle h. 14,46.
Ci facciamo trovare, all’ora prestabilita, sul colmo del ponte a vedere il passaggio della piena riversarsi nell’insenatura, larga meno di 150 metri., dove si è radunata parecchia gente. Per 4 giorni, purtroppo, non l’abbiamo vista al suo massimo, ma i gorghi, anche se non al massimo, sono già impressionanti.
Un’altra esperienza ed anche un’altra emozione ci attende tra Fausche e Moirana.
IL CIRCOLO POLARE ARTICO
Si trova in un desolato paesaggio di tundra artica, nude rocce, brulle montagne, chiazze di neve sulle stesse: un ampio parcheggio è a disposizione. Alcuni veicoli ricreazionali ci hanno preceduto accanto la costruzione a gran cupola grigia, che è il Centro d’Informazioni. Sulle cartoline la cupola presenta il bel colore blu cielo, di prima che sbiadisse.
Siamo nuovamente sulla linea immaginaria tracciata alla latitudine a 66°,33’. Esploriamo la zona. Qui si ha proprio la sensazione del Nord. Altro sentire era stato il precedente passaggio da Napapiiri, in Finlandia.
Occorre festeggiare coi compagni di viaggio! Siamo ripetitivi: un’altra polentata con relativi contorni e lo stappo di un’altra bottiglia di champagne!
Il clima non è rigido, 12 sono i gradi. Il dopo cena lo trascorriamo al Centro. Il negozio di souvenir incuriosisce sempre ed anche qui qualcosa compriamo, compresa una simpatica cravatta con i Troll.
Visitiamo il museo. Molti gli animali imbalsamati, anche un enorme orso bianco di ben mt.3,60. Splendide le fotografie dei luoghi e delle aurore boreali, ivi esposte. Altrettanto splendide sono le diapositive sul “Nord”. Un tuffo al cuore colpisce, nel rivedere praticamente il nostro percorso, proiettato in video, compreso il Nordkapp.
L’aurora boreale visibile nelle limpide notti invernali, è l’unico fenomeno di chiarore durante le notti polari che, per altro, non sono mai totalmente buie come da noi. A noi quindi non sarà concesso di vederla!!
Il fenomeno è la manifestazione più evidente del campo magnetico terrestre. I suggestivi disegni di luce che appaiono nel cielo, sono dovuti al vento solare, originato da esplosioni che si verificano periodicamente sulla superficie della nostra stella. Una enorme quantità quindi di particelle cariche elettricamente si abbatte sulla Terra, orientata dal suo campo magnetico, trasformandosi in strisce luminose che attraversano i cieli delle regioni polari e circumpolari.
Michele di Nusfjord ci aveva, infatti, ricordato quanto siano attese e desiderate le aurore boreali a confortarli dal tanto, a lungo andare, deprimente buio.
La cartina ci dice che per raggiungere Trondheim si devono percorrere 600 km. La strada si fa lunga perché si snoda in montagna, nel verde delle pinete e betulle, con poca possibilità di viaggiare veloci.
E attraversiamo la valle dei Troll.
I TROLL
La leggenda narra che i primi “uomini del Nord” che s‘insediarono nella regione, dove i ghiacci si stavano ritirando ed il clima gradualmente riscaldando, credettero d’essere gli unici abitanti. Scoprirono, ben presto, però, che varie creature si nascondevano nelle foreste e lungo i pendii delle montagne. Non seppero mai chi essi fossero, ma attribuirono loro poteri soprannaturali: li chiamarono Troll.
I Troll uscivano dai loro nascondigli solo dopo il tramonto per scomparire al mattino, prima del sorgere del sole ad est, nel timore i raggi solari potessero trasformarli in pietra. Alcune volte i troll scordavano di nascondersi e…. ancora oggi si trovano in vari luoghi formazioni rocciose dalle sembianze di Troll.
Si racconta i Troll vivessero centinaia di anni, avessero lunghi nasi ricurvi, quattro dita per ogni mano ed ogni piede, nonché una lunga coda dal folto pelo. Alcuni erano giganteschi, altri piccoli, con 2 o più teste. Avevano perfino il potere di trasformarsi in splendide fanciulle…. senza tuttavia potersi togliere la coda. Di indole buona…..bisognava però stare attenti a non farli adombrare, in quanto potevano divenire vendicativi e la loro ira non aveva limiti !!!
A GRONG incontriamo un gigantesco Troll. Al suo cospetto sembriamo dei moscerini. E’ gentile, ci consente di farsi ritrarre… accanto a noi!!
TRONDHEIM
E’ stata per secoli uno dei centri del potere della Norvegia.
Normale giro in città col camper (ho già detto delle nostre abitudini) e parcheggio nei pressi della Cattedrale.
La mattina presto iniziamo la visita alla città proprio dalla Cattedrale, il maggior monumento d’arte medioevale dell’intera Scandinavia. Dal 1449 sede di incoronazione dei re, custodisce al suo interno i gioielli della Corona.
Fondata nel 1040, sul sito dove re Olav, detto il Santo, era stato sepolto, ben presto divenne meta di pellegrinaggi in suo onore, ha forme gotiche. La parte più antica, il transetto e la sala Capitolare, furono invece costruite in epoca precedente (XII° secolo) in forme romanico-normanne.
Accanto alla Cattedrale: il Palazzo Arcivescovile, residenza arcivescovile fino alla Riforma del 1556, in seguito sede del governatore danese ed infine trasformato in arsenale.
Visitiamo il Museo Archeologico coi reperti della Cattedrale.
All’uscita infiliamo la Munkegata, la lunga strada che collega la Cattedrale con la piazza principale della città, al cui centro è collocata la colonna con la statua di re Olav, il suo fondatore. Sulla strada si affaccia lo splendido antico palazzo in legno, residenza ufficiale della famiglia reale quando è a Trondheim.
Deviando saliamo sul Ponte Vecchio, costruito nel 1681 e poi rifatto nel 1861. E’ ancora visibile uno dei casotti di guardia. Dal ponte si possono ammirare le antiche case in legno della città vecchia
Dalla Fortezza, che sorge su una collina ad est della città, apprezziamo il bellissimo panorama su Trondheim ed il suo fiordo.
Un panorama montano, un ponte (a pagamento questa volta), sul Tinghfjorden, che appena attraversato ci fermiamo a fotografare, per quanto è imponente mentre restiamo affascinati dalle sfrangiature del fiordo e da tutte le isolette che lo circondano.
La prossima tappa è:
“La città delle rose”, così viene chiamata, per il suo clima mite protetta com’è da tante montagne.
D’obbligo la salita sulla collina di Varden, a 400 metri. L’occhio spazia e si sazia della visione delle 222 cime, che si affacciano nel Moldenfjord, tra le isolette sparse nel mare.
Vedere il tramonto e dormire qui su questo piccolo belvedere é…… Mi sa che ho speso già tutti gli aggettivi.
A sera ci contiamo: siamo in quattro camper. Il piccolo Rifugio, qui locato, chiude la sera ed i gestori ritornano ogni mattina per l’apertura.
Alle 9 del mattino successivo, dopo aver dato ancora un rapido sguardo ed un addio alla magnificenza che ci sta sotto e tutt’intorno, affrontiamo la discesa in sterrato al 10%.
Un tunnel. Un traghetto, ed ecco la Trollstigveien ovvero la “Strada dei Troll” che si snoda da Andalsnes a Valldal.
Nel primo tratto fino a Trollstingen, che si trova sul valico a 850 metri di montagna vera, la strada presenta una serie di tornanti, 11 per la precisione. Scavati nella roccia con una salita notevolissima. Ci fermiamo sul fondo valle ad osservarli, frattanto fissiamo sui rullini una stupenda cascata che scende, a destra dei detti tornanti. Guardiamo come funziona l’andamento del traffico. C’è un pullman che scende a stento.
Motore allegro, l’occhio lungo sui veicoli che provengono. La strada è stretta, due veicoli non potrebbero incrociarsi. Non ho il coraggio di sporgermi fuori ed allungo dal finestrino la telecamera a catturare le immagini. La cascata con la sua bellezza mi distrae, ed arriviamo benissimo in cima.
Al valico un ristorante-bar e vari negozietti, nelle cui casette di legno si vendono souvenir. Sempre più o meno gli stessi: pelli di renna, corna, troll ed oggettistica varia.
Una cosa carina ed utile, mi colpisce: un simpatico cappello antipioggia, a larga tesa con paraorecchie, laccio sotto il collo e la scritta Trollstinger. Ne compro due pensando anche alla mia pupa. Sono tutti gialli: sarà l’usanza!
Una scarpinata su un belvedere ad osservate la valle dall’alto, la bella cascata ed i difficili tornanti, dopodiché lasciamo il valico.
Percorriamo il tratto che ci separa dal prendere il traghetto per Eidsal sul Nordalfjorden. Impossibile non fotografare, dal traghetto, il paesino da fiaba che si presenta tra le montagne, nell’insenatura del fiordo.
Procediamo, in seguito, per un tratto di strada che ha un nome significativo: “Strada dell’Aquila” pare di essere in alta montagna, laghetti, piccole baite: l’altidudine però è di soli 600 metri.
La discesa 10%. Ed a proposito di aggettivi spesi…… ecco presentarsi per la prima volta
IL GEIRANGERFJORD
Aggiriamo ancora un tratto di montagna, altra discesa 10-12% abbagliati da una cascatella con tutti i colori dell’arcobaleno e…. andiamo ad arrestarci al belvedere: eccolo lì, il favoleggiato Geirangerfjord, che gli opuscoli pubblicitari lo definiscono “il più bel fiordo del mondo”!
Uno spettacolo straordinario si presenta ai nostri occhi: montagne maestose con le cime ancora un po’ innevate, cascate, vegetazione lussureggiante ed giù, in fondo….una striscia d’acqua, blu profondo! E dove il fiordo va a terminare, formando l’insenatura, il paese, Geiranger, per metà avvolto dall’ombra delle montagne e l’altra illuminata dal sole. Pare d’osservare la scena di un attento pittore!
Scendiamo al paese e, proprio nello scenario descritto, in riva al mare, sostiamo in campeggio. La sera gustiamo il piacere di vivere l’ambiente, andando a passeggio.
E’ una perdita di tempo dormire. Alle 4,30 apro l’oscurante, mi affaccio: in quale angolo da favola siamo!
Alle mie spalle le cime dei pini sfrangiati, diseguali, orlati da un’aureola luminosa si stagliano in un cielo lattiginoso. Nuvolette chiare dardeggiano sui minuscoli prati, tra gli alberi e sulla roccia grigia che si erge in tutta la sua imponenza sulla destra dell’insenatura. Più in basso, sul fiordo disteso, le nuvole color del latte, in un’armonia di mille disegni, si abbassano fino a nasconderne le alte pareti. Le barche ancorate, rispecchiano i loro colori in un mare dalle tonalità blu e grigio muschio, per la luminosità proveniente da est. Una moltitudine di uccellini, tranquillamente, zampettano sulla ghiaia, in riva all’acqua. Un unico suono: lo stridio dei gabbiani.
E intanto…..giungono le ore 8. Inizia l’attesa traghettata verso Hellesyt, sul Geirangerfjorden: che scenario!
All’andata le nuvole ancora basse giocano a nascondere parte delle pareti delle montagne a strapiombo sul fiordo e delle svariate cascate, dai nomi suggestivi: “Le sette sorelle; Il pretendente; Il velo Nuziale”.
Sbarchiamo a Hellesyd, poco più di un villaggio, posto in una insenatura deliziosa. Le case sono curatissime. Le signore del luogo si sfidano a colpi di tendine: una più civettuola dell’altra. Non manca al centro della finestra, a far capolino, la tradizionale lucina a pendaglio.
In tutta la Norvegia, d’altra parte, si nota l’importanza data all’arredo delle spartane finestre, senza imposte. Più su, a nord, però, non esistono balconi, iniziamo a vederli ora.
Il ritorno a Geiranger, sempre in mattinata, ha lo scenario del sole alto. Gli stessi luoghi assumono effetti cromatici diversi. Ci diciamo che ottima è stata la scelta degli orari per la gita.
Con rammarico il pomeriggio abbandoniamo la località.
Ventesimo giorno di vacanza: 6700 i km.
Affrontiamo la salita che da Geiranger ci condurrà a Lom, solito 10-12%, Un percorso in quota sui 1000 metri, di strada bella. Ci tengono compagnia 5 o 6 temporali, di brevissima durata, che si alternano col sole.
LOM ci accoglie con 30 gradi. Ormai da alcuni giorni ci siamo ….alleggeriti, qui però è ancora più caldo. La città è stesa in una bella conca verde, elegante, turistica. Come altrove, nella giusta stagione, si scia.
Visitiamo la Chiesa di Legno, la “Stavkirke” dell’XI° secolo, una delle più antiche della Norvegia, pregevoli le decorazioni ad intaglio. Come d’uso è circondata dal cimitero.
LE STAVKIRKE, ovvero “Le Chiese di Legno”
Quando durante il Medioevo in Europa continentale si costruirono ovunque cattedrali di pietra, parallelamente, in Norvegia, ebbe a svilupparsi un’architettura simile, ma in legno. La struttura delle Starvkirke è dotata di un’incredibile robustezza, frutto di una accurata progettazione, ma anche della perfetta preparazione del legno. I costruttori medioevali ebbero a disposizione un legname di qualità superiore a quello esistente oggi e lo stesso materiale fu utilizzato anche per la costruzione delle navi. Vennero costruite, tra l’XI° e XIV°, circa 750 chiese. Oggi ne restano una trentina e quella di Lom è una delle rimaste.
Un gelato nel centro di Lom e dirigiamo verso Krosbu.
In altri anni vi avremmo potuto trovare, anche in questa stagione, la neve, invece, ora c’è n’è solamente qualche macchia. Quel tanto che ci consente, superato il rifugio a 1440 metri e giunti sul valico, di fermarci e giocare un po’…..a tornar bambini, inzuppandoci col lancio di palle di neve.
Ci sarà poca neve, ma ammirare in lontananza i ghiacci eterni, anche se sempre più ristretti e gli ampi spazi, con tante cime, è spettacolare!
Il 10% delle strade da un po’ ci pare la norma. Ci risiamo con la discesa verso Skiolden, dove inizia il Lustrasfjorden, ramo del Sognenfjord.
L’ora è tarda come il solito, per cui si spengono i motori proprio lungo il Lustrasfjorden. Un angolino dove siamo solo noi. Le case sono discoste. Un’occhiata dal lato opposto del fiordo e Miki richiama la nostra attenzione, indicandoci tra le nuvole che nascondono la montagna, una cascata illuminata dal sole: pare una fiammata. Le sorprese non finiscono mai!
Inutile descrivere la bellezza del percorso del mattino dopo lungo il fiordo, rischierei di essere ripetitiva.
Traghettiamo da Hella a Valgnes, sul più elegante traghetto mai preso fino ad ora. Poltroncine in velluto dai toni, rosa su rosa ed ampia vetrata solarium. Tanto onore sarà perché stiamo navigando sul Sognenfjord, il più lungo fiordo del mondo: 204 chilometri per una profondità di 1038 metri (la massima profondità raggiungibile per un fiordo) che e qui é nel suo tratto terminale?
A chiuderlo è VIK. Ci fermiamo per acquisti. E poi di nuovo su per la montagna alle spalle della cittadina, con successiva fermata dall’ennesimo belvedere, ad ammirare l’importante fiordo e la piccola città.
Pranziamo sulle montagne e ci scaldiamo, in costume da bagno, ai raggi solari norvegesi, tra le baite sparse col tetto ricoperto dall’erba…. ed un paravento acquistato in Portogallo (in un altro nostro viaggio), a proteggerci dal venticello.
Scendiamo su VOSS, pendenze dell’8-10%. La città, piccola per il vero, si affaccia sul lago Vangsvatn, luogo di villeggiatura e centro sciistico.
Sulle rive del lago e sotto una pineta sostiamo nell’unico campeggio. Quattro passi in città e approccio all’ufficio turistico per le informazioni necessarie all’acquisto del pacchetto, che ci consentirà di effettuare una gita di tutto un giorno, nella zona, in cui è contemplato il percorso sul famoso trenino della Flamsbana.
Alle 8,30 partiamo col treno da Voss e raggiungiamo in un’ora Myrdal. Scendiamo e saliamo sul mitico trenino verde con la scritta a caratteri cubitali “Flamsbana”. La linea è considerata un capolavoro d’ingegneria ferroviaria, che non ha paragoni in Europa. E’ lunga 20 km. con un dislivello di 866 metri e 20 gallerie per un totale di 6 km. Raggiunge Flam in 50 minuti.
La pendenza è eccezionale ed il tracciato si sviluppa a spirale. Appaiono ai finestrini ripidi precipizi, montagne innevate, alcuni ghiacciai, cascate e cascatelle. Nei punti panoramici il treno rallenta, quasi fermandosi, per consentire di vedere comodamente il panorama.
In prossimità della cascata denominata Kjofossen, la più spettacolare, si ferma brevemente dando la possibilità ai passeggeri di scendere ed ammirare lo scenario. In cima alla cascata si scorgono, quasi emergessero dalla bianca spuma, due fanciulle in lunghi abiti rossi, che paiono danzare al suono della musica, che accompagna l’andare delle acque. Nel gran fragore, gli spettatori, estasiati, osservano e intanto cercano di proteggere, invano, se stessi e gli obiettivi delle macchine fotografiche e telecamere, dai molteplici spruzzi.
Giungiamo a Flam, un villaggio all’estremità meridionale dell’Aurlandsfjord, sulle cui rive pranziamo. Dopo di che saliamo sul traghetto che per due ore ci condurrà sulle due ramificazioni del Sognenfjord. L’Aurlandsfjord, prima e Nareoyfjord dopo. Con i suoi pittoreschi e minuti villaggi affacciati e le tante cascate nel consueto e sempre diverso panorama. Il Nareoyfjord è il più piccolo fiordo d’Europa.
La gita si conclude con l’escursione in pullman, ad ammirare una cascata dall’alto (di cui non ricordo il nome), su per una strada mozzafiato. Strada, di misura esatta dell’automezzo, il cui disinvolto autista conduce anche col gomito, intanto che illustra in tre lingue, ma non la nostra, il percorso.
E’ sera quando ritorniamo a Voss, pronti per proseguire in direzione di Berger.
Strada facendo mi attrae l’idea di una fermata sul Vealfjorden. Avvalorata dalla compagnia, troviamo una bella balconata sul fiordo. Inutile dire che siamo solo noi.
Ottimo “albergo” per la notte e nel prezzo è compreso uno…... speciale tramonto!
EDVARD GRIEG
Sulla strada per Bergen si trova Troldhaugen e quindi sul lago Nordas, la casa di Grieg, un musicista che amo da tempo, le cui sonate, spesso sono diffuse nell’abitacolo del nostro camper. D’obbligo quindi andare a visitarne i luoghi divenuti museo.
Il compositore seppe dare una nitida visione del paesaggio nordico, trascrivendone i ritmi vivaci e gli spunti melodici. Visse, per 22 anni con la moglie Nina, in una casa immersa nel verde al cospetto del lago Nordas
Per comporre si trasferiva, in solitudine, in una casettina a pochi metri dalla principale. Poco più di una casa delle bambole, infatti appare, al visitatore. E’ emozionante immaginare che proprio lì, tra i pochissimi arredi ancora conservati e con la visione dell’immutato lago, dal pianoforte che ancora fa mostra di sé, Grieg, abbia saputo trarre le note per le sue opere più belle.
Nel Centro discosto dalla casa, dove è raccolta una notevole serie di spartiti, fotografie che lo ritraggono ed altro materiale, vari artisti si alternano nell’esibizione dei pezzi più celebri del compositore.
Il luogo è molto frequentato. Frotte di turisti percorrono il romantico e lungo viale alberato di accesso agli edifici e sostano al cospetto del lago. Edvard Grieg nato nel 1843, è scomparso nel 1907
BERGEN
Il pomeriggio, dopo aver raggiunto la città di Bergen e sostato nell’apposita area camper, procediamo alla sua conoscenza.
La seconda città della Norvegia è indubbiamente affascinante in ottima posizione sul fiordo. Sette colli le fanno da corollario, miriadi di isolotti la guardano dal mare.
Intorno al vecchio ponte è il Torget. La piazza aperta sul porto, dove ogni giorno d’estate, si tiene il famoso mercato del pesce. Alcuni detentori delle bancarelle, ho scoperto essere italiani e, su consiglio di uno di loro, ho gustato l’ottimo sapore della trota di mare.
Il lungo mare orientale vede le case colorate del quartiere tutto in legno, costruito dai mercanti tedeschi, che nel Medioevo si stabilirono a Bergen e vi rimasero fino al ‘700, importando pesce in cambio di grano. Il quartiere é chiamato Bryggen. I vecchi magazzini della Lega Anseatica sono ora trasformati in ritrovi e negozi di vario genere.
Camminiamo dalla Fortezza alla Cattedrale, per raggiungere la quale occorre percorrere una ripida salita e poi vari gradini, passando per il centro.
La mattina successiva memori della sfacchinata del giorno precedente, estraiamo le nostre biciclettine dai gavoni e ci divertiamo a percorrere la città, senza lesinare i chilometri.
Un’ottima visione della città e su tutto il circondario, data la giornata limpida, l’abbiamo ottenuta salendo al monte Floyen con la funicolare.
Lasciamo la città al 23° giorno. I Km. ad oggi sono 7000.
Ritorniamo verso Voss, con la ventina di gallerie corte, lunghe e lunghissime già percorse all’andata che fortunatamente non sono ad esazione.
Leggo che, abbastanza nelle vicinanze (ormai non si dà più molta importanza ai chilometri), c’é un luogo chiamato “La perla dell’Hardanger”. Ci dirigiamo? Tutti d’accordo! Ormai, si sente già il sottile senso dell’imminente distacco, ogni piccolo prolungamento per vedere di più è ben accetto, quasi ad aumentare il bagaglio che sarà immagazzinato nella memoria.
Ulvik è posizionata come tantissimi altri paesi che abbiamo visto e di cui non ci si sazierebbe mai, esattamente nell’insenatura. Le montagne alle sue spalle superano i 1500 metri. Cosa insolita vi sono dei frutteti. Una sola strada alquanto stretta la raggiunge lungo il fiordo.
E’ silenziosa, ordinata. La riva del fiordo trattata a giardini. Un vero angolo di pace e serenità.
Ripercorso a ritroso il fiordo, al piccolo imbarco di Buravik attraversiamo il nostro ultimo fiordo in traghetto. Brinnes è dal lato opposto.
Passiamo nel Parco Nazionale dell’Hardangervidda andando verso Oslo. L’ambiente cambia, ma i panorami che andremo a vedere saranno ugualmente fantastici.
Sul percorso montano con tante e tante gallerie, curvose come non mai, che conducono rapidamente in quota, per poco non ci sfugge uno spettacolo che sarebbe stato una grave perdita non vedere.
Oggi fanno da battistrada i nostri amici, ho già detto che ci scambiamo giornalmente. Come il solito Gabri ed io discorriamo, d’altra parte, il gironzolare presenta continui stimoli. Ad un certo punto lei vede un’indicazione che la stimola ad una deviazione. Smpre per la serie: “perdiamoci il meno possibile”, diamo immediatamente l’ok. Deviazione, salitona, quattro passi a piedi e ai nostri occhi, che ormai presagivano già ciò che avrebbero visto, appare una cascata alta almeno 200 metri, i cui spruzzi producono un’enorme nuvola scintillante nel baratro sotto di noi: la cascata di Varinfoss…. altra emozione da aggiungere ai ricordi
Saliamo ancora. Siamo in quota. 1000/1200 l’altitudine.
Una tundra divisa da una strada curatissima che percorriamo senza traffico alcuno, se non qualche auto e qualche camper, per decine e decine di chilometri. Scorre un numero infinito di laghi di tutte le dimensioni, il cui colore azzurro-blu incanta. Baite col tetto ad erbetta qua e là, molto distanziate fra di loro completano il panorama. Ogni tanto fermi lungo gli slarghi, accanto la strada, stazionano dei camper ed anche qualche roulottes. Sono certamente degli appassionati della montagna in quanto hanno il giusto equipaggiamento.
Non esistono divieti e non esiste il timore di fermarsi da soli, neanche in luoghi solitari: la sensazione di tranquillità nella sosta, la si prova in tutto il Nord.
Alle h. 20,30 decidiamo di non perderci il tramonto del sole con vista sui ghiacciai eterni, in uno spazio sterminato disseminato di cocuzzoli, per cui, sulle rive di uno di quei laghi blu, che più blu non si può, decidiamo di fermarci. Dalla finestra, prima, mentre prosaicamente ci rifocilliamo e dopo, fuori, al freddo che comincia ad essere pungente, osserviamo, nelle tre ore successive, il mutare dei colori ed il sole mentre si…. abbassa. E, più tardi…abbassiamo anche l’oscurante: occorre dormire.
Il giorno dopo, vediamo passando l’elegante centro turistico di Geilo, con 150 piste per lo sci da discesa e di fondo.
Torna la vegetazione e tra gli alberi, nascoste con garbo, si scorgono delle case in tronchi, curatissime, degne delle più note riviste d’arredamento.
Notiamo, transitando, una chiesa in legno, sempre col cimitero a circondarla. Semplicissime le lapidi sui tumuli. Ci fermiamo. Entrare, subirne l’atmosfera, non delude la decisione della sosta. E’ datata 1893.
Curva dopo curva, scendiamo di quota. Siamo nelle campagne di Kowgsberg, poi Drammen e nel pomeriggio entriamo in
OSLO
La città è la capitale più antica della Scandinavia. Fu già capitale fin dal 1300 sotto Hakon V°.
Dislocata in fondo all’Oslofjord, lungo 100 km., si estende orizzontalmente, i palazzi non sono molto alti. Il suo centro porta ancora l’impronta urbanistica data nel 1624 dal re danese Kristian IV all’epoca in cui, distrutta dall’ennesimo incendio, ne ordinò la ricostruzione con edifici in pietra e mattoni, in sostituzione di quelli in legno, imponendole il nome di Cristiania. La città tornata capitale nel 1905 con l’indipendenza, riprese il proprio nome norvegese, Oslo, solamente nel 1925
Il nostro primo approccio con la città avviene col parco concepito ed attuato dallo scultore Gustav Vigeland. Nel suo genere è il più famoso di tutta la Norvegia. L’artista ha creato 192 gruppi scultorei. Un totale di 671 personaggi, per la maggior parte in bronzo, a rappresentare “le fasi della vita”.
Girovagare al suo interno, in un pomeriggio assolato, con 28° ventilati, è un piacere. E proprio qui ci dicono, siano ben 132 anni che non si verifica un’estate come quella in corso.
Lo stupore per l’opera dello scultore procede con l’avanzare lungo il viale d’accesso del parco e la presa visione delle sue opere.
Dapprima incontriamo le 8 figure a rappresentare: “L’embrione”, simbolo dell’inizio della vita. Poi, su un ponte, 58 gruppi scultorei raffigurano: “Le fasi della vita”. In seguito una fontana a forma di coppa: 6 le figure a sorreggerla. 20 i gruppi di uomini ed alberi a completarne l’opera che ricorda “Il ciclo della vita”, dal concepimento alla morte. Tutte le figure sono bronzee. Più in alto, posizionato su una gradinata, il celeberrimo monolito di granito alto 17 metri, ove si intrecciano 121 figure dalle sembianze umane, che paiono lottare per raggiungere la sommità dell’obelisco. Intorno ad esso, altri 36 colossali gruppi di figure, sempre in granito, stanno ad esemplificare: “Le fasi della vita”. Si raggiunge al termine del viale: “La ruota della vita”, composta da altre 7 figure.
Dalla cima del parco è visibile, in lontananza, il famoso trampolino: l’Holmenkollbakken.
Nell’estesa area del parco, sull’erba curatissima, come d’uso in tutti i parchi del Nord, moltissime persone prendono il sole ed altre accendono il fuoco per una grigliata. Curiosi gli speciali contenitori in carta-alluminio, usa e getta, utilizzati dai norvegesi per grigliare la carne, che con ordine estremo infilano nei cassonetti al termine dell’utilizzo.
Trascurate le tangenziali, raggiungiamo il campeggio Ekeberg posto sull’omonima collina, attraversando il centro cittadino. Ceniamo osservando lo spettacolare tramonto su una Oslo che si stende ai nostri piedi.
La mattina presto saliamo sull’autobus alla volta della città. Questa volta i nostri interessi sono diversi da quelli dei nostri amici, per cui ci separiamo per ritrovarci a commentare in serata.
Scendiamo alla Stazione essendoci premuniti fin dal giorno precedente di una “card”, della durata di 24 ore, potremo visionare: musei e palazzi, utilizzare i mezzi pubblici e fruire di alcune altre agevolazioni.
Ci accolgono le vie dritte, ancora sonnecchianti, del centro città, punto difficoltose nell’orizzontarsi durante i nostri giri turistici.
Arriviamo fino all’Akershus, la Fortezza, per guardarci un po’ d’attorno e poi col traghetto approdiamo a Bygdoy, la piccola penisola ad ovest di Oslo, anche raggiungibile via terra.
Cinque i Musei nella zona, nessuno secondo noi è da escludere, per cui… li visitiamo tutti.
Il VIKINGSKIPENE
La casa delle navi vichinghe custodisce 3 imbarcazioni, risalenti al IX secolo, magnificamente restaurate e ritrovate nel fiordo di Oslo, tra il 1867 ed il 1904. Ebbero la funzione di essere state utilizzate per i riti funebri. In pratica il morto, dopo il rito in mare, veniva con essa ricoperto da un tumulo.
La prima che s’incontra nell’ampia struttura, è la Oseberg, rinvenuta con molti oggetti preziosi, che parrebbe appartenuta alla regina Asa. La seconda: la Gokstad, è la più grande come dimensioni, ed infine l’ultima, la Tune, quella più danneggiata dal tempo.
In altra sezione del Museo vi sono esposti vari oggetti, rinvenuti sulle navi, per lo più in legno.
IL NORSK FOLKENUSEUM
Il Museo del Folclore è collocato in un lussureggiante parco. Sono ricostruiti ben 150 edifici in legno, risalenti al XVIII° e XIX° secolo e provenienti da varie regioni della Norvegia. Il villaggio con le botteghe, laboratori, una farmacia ecc., del tempo, è arricchito dalla presenza di “attori” che, come visto già a Stoccolma, danno vita, con la loro interpretazione, alle usanze dell’epoca.
Nel Museo è custodita la fragilissima imbarcazione in legno di balsa, su modello Incas, con cui Thor Heyerdal (morto quest’anno quasi novantenne) compì nel 1947 il viaggio da Calao, in Perù, all’isola di Raroi in Polinesia. E’ altresì conservata la RA II°, costruita in papiro, che nel 1970 partì con 7 uomini di equipaggio dal Marocco e raggiunse le Barbados nelle Piccole Antille.
Il FRAM MUSEET
Nelle sue sale è custodita la celebre nave FRAM (Avanti), costruita nel 1892 per la spedizione verso il Polo Nord, durata dal 1893 al 1896. In seguito utilizzata per l’esplorazione nei mari ghiacciati della Groenlandia e Nordamerica, dal 1898 al 1902 ed infine, tra il 1910 ed il 1912, Roald Amundsen, raggiunse l’Antartide.
Il pubblico può accedere alla visita della nave, in tutti i suoi meandri, con la soddisfazione di vederla ancora perfettamente arredata.
Il Museo Marittimo, custodisce i modelli delle più famose imbarcazioni norvegesi. Qui, bontà loro, su schermo tridimensionale, abbiamo potuto assistere, inaspettato, ad uno splendido filmato, sulla costa norvegese, anche questo, come quello di Capo Nord, a firma dell’italiano Ivo Caprino. Inutile dire che anche qui, trasgredendo, abbiamo carpito il film, per i nostri ricordi.
L’attesa del traghetto ci permette un attimo di riposo sul pontile, sotto un sole che scalda anche troppo. L’esperienza ormai, però, ci ha insegnato ad abbigliarci a strati.
Scesi dal traghetto ci precipitiamo al Palazzo Reale, per assistere al cambio della guardia delle 13,30, che proprio non regge il confronto con quello di Stoccolma. Decisamente inferiore è anche il numero di persone che assiste alla parata.
Rapido spuntino e…..nuovamente gambe in spalla verso la Karl Johans Gate, l’arteria principale della città che parte proprio dal Palazzo Reale.
Come non notare la vivacità ordinata della città e l’educato turismo?
Siamo colpiti dal vedere dei bambini, raggiungere la fontana prospiciente il Parlamento ed immergervisi. Si ha l’impressione sia abituale, in quanto raggiungono il luogo senza accompagnatori, corredati di asciugamani e panini, che poi consumano ai bordi della fontana, quasi una piccola piscina col prato attorno. Del tutto indifferenti dell’accadimento, gli avventori degli affollati deorts, dei molti caffè, tutt’intorno alla fontana stessa.
Proviamo ad entrare nel Palazzo del Parlamento, seguendo un gentile portalettere che pur non comprendendoci, capisce il nostro desiderio e ci fa strada. Arriviamo nello splendido atrio ma, un austero portiere, elegantissimo nella sua divisa, ci accompagna compito, con un inchino… fuori!!
Passiamo di fronte al Teatro ed ai più eleganti negozi della città, ed entriamo nella Domkirke, la Cattedrale evangelica dalle porte in bronzo ed arredi barocchi, ricostruita nella metà dell’800. Percorriamo la bella Galleria in stile liberty alle sue spalle dirigendoci verso il porto col Radhus, il Municipio di Oslo, ove il 10 di dicembre di ogni anno viene consegnato dal re, il premio Nobel per la Pace.
Segue la Fortezza.
La Fortezza, già raggiunta velocemente la mattina, prima d’imbarcarci, domina il porto di Oslo. Fu eretta nel 1299 dal re Hakon V°e servì da residenza reale per quasi tutto il secolo, distrutta da vari incendi, fu fatta ricostruire da re Kristian IV° di Danimarca, nelle sue possenti forme nel XVII° secolo. Durante l’occupazione nazista fu quartier generale tedesco. Ora ospita due musei e varie zone in cui sono allestiti uffici informativi per il turismo, nonché parecchi spazi a giardino.
Il primo è il
ossia il Museo della Resistenza. Illustra gli anni dell’occupazione e liberazione. Molti gli scritti dell’epoca con le traduzioni in inglese. Le immagini hanno il potere di evidenziare la violenza, la tristezza ed il dolore di quel particolare e drammatico periodo.
Il secondo è il
Sempre situato nell’immensa Fortezza, illustra la storia militare norvegese utilizzando dati, modelli e diapositive. Interessantissimo ed esposto in maniera chiara, viene fornito al visitatore, perfino una breve traduzione in italiano, del materiale esposto. E’ l’ora di chiusura, dobbiamo affrettarci.
E con questo Museo chiudono pure gli altri.
Sono tanti per un solo giorno, li abbiamo visti forzatamente in modo veloce cercando di perderci il meno possibile. La “card” è stata… sfruttata! Purtroppo il tempo a nostra disposizione non ci permette altri giorni di sosta in città.
Chiedo al mio ancora pimpante accompagnatore quanti chilometri avremmo percorso a piedi. Fa un rapido calcolo guardando la pianta della città e sentenzia che certamente abbiamo superato la quindicina, oltre i percorsi interni dei vari luoghi visitati. E…. siamo ancora lontani dalla Stazione, nei cui pressi transita l’autobus, che ci ricondurrà al campeggio. Non ci voglio pensare e… continuo a camminare.
Il giorno successivo lasciata Oslo, puntiamo verso la frontiera svedese.
In frontiera, l’ultimo negozio di souvenir a spendere le monetine rimaste.
Una nostalgica passeggiata, andata e ritorno sul ponte che divide la Norvegia dalla Svezia per un saluto all’ultimo fiordo sottostante.
L’sms che invio alla mia Papi (mia figlia Patrizia), probabilmente tradisce la profonda emozione. La rileva e prontamente mi chiama. La rassicuro: è solamente un senso di mal celata nostalgia, per il distacco da una Nazione che ha saputo coinvolgermi totalmente, dandomi l’impressione di aver compiuto una sorta di percorso a ritroso nel tempo. Più tardi, quando ci vedremo, approfondirò con lei le sensazioni provate.
Le dirò del senso di pace e serenità che pervade l’animo nella vastità dei territori, siano essi a nord od al sud del Paese. Di un popolo riservato, cortese, assolutamente disponibile ed anche desideroso di comunicare. Del loro modo di vivere isolato e non solo perché costretto dalle distanze. Dei luoghi dal fascino indiscusso: pittoreschi all’inverosimile, contrastanti, dove ogni senso è stimolato. Del viaggio svoltosi quasi esclusivamente a contatto con la natura; quella natura forte e dominatrice che si impone ovunque, costringendo l’uomo ad adattarvisi. Dell’assoluto desiderio di non essere disturbati dall’atmosfera che ti circonda. Dal desiderio di sentire solo le persone care e basta. Dal non essere sfiorati dall’idea dell’acquisto di un giornale (a prescindere che trovare i nostri è raro) per non essere ricondotti brutalmente alla quotidianità e che le letture, tutte, sono state quelle finalizzate ai luoghi ed agli abitanti per di più e meglio comprenderli.
Torniamo a prendere il camper ancora parcheggiato in territorio norvegese. Un groppo in gola…..passiamo il ponte.
Rieccoci in
Siamo al 27° giorno di viaggio quando entriamo nella Nazione. I km. percorsi fino ad ora ammontano esattamente a 8000.
Oltrepassiamo con un’unica sosta per il pranzo, le varie città della costa, compresa Goteborg, intenzionati a visitarla ma sulla quale vince, per affetto, Coopenaghen e, giunti ad Helsingborg, saliamo al volo sul traghetto che sembra attenderci.
La traversata è breve, una corsa sul ponte per vedere le due coste che pare si tocchino ed ammirare lo splendido castello di Kronborg, affacciato sullo stretto dalla costa danese e, dobbiamo riprendere i mezzi. Sbarchiamo ad Helsingor.
Siamo nuovamente in
DANIMARCA
A proposito di nostalgie, rieccoci in una Nazione, che tanto ci aveva appagati in un’approfondita visita nel 1985, quando ancora con noi viaggiava nostra figlia, allora undicenne.
Una rapida sosta al Castello di Kronborg, in ricordo della passata esperienza e raggiungiamo il Castello di Fredriksborg che si estende su tre isolotti, accanto all’abitato di Hillerod.
Sostiamo proprio fuori del Castello, tutt’intorno allo stesso un fossato erboso in cui nuotano, tra le ninfee, alcune anatre. Il consorte arretra col mezzo, negli appositi spazi, fino a che riuscirà a far sporgere la parte posteriore sul fossato e, tenendo conto che in fondo al camper come già detto ci dormo io, in pratica intende mettermi a dormire tra le… anatre.
C’è libero accesso al Castello anche in ora notturna (ovviamente non all’interno), quindi nella tarda serata andiamo a passeggiare sul consunto acciottolato delle sue strade e nel cortile, noi quattro, soli, alla fioca luce dei lampioni….
Parte della mattina successiva è dedicata alla visita del parco del Castello i cui giardini all’inglese ricordiamo degni di un ritorno. Infatti sono sempre splendidi, curati alla perfezione e data l’ora, vari giardinieri li stanno ancora… pettinando. Dall’alto del parco, il Castello con le guglie svettanti, è di un’imponenza veramente ragguardevole. Occorre ricordare che in questo luogo ha dato i natali nel 1577 a Kristiano IV°. Trascuriamo la visita all’interno perché sia noi che i nostri amici ci siamo già stati.
Nella stessa mattinata giungiamo in
COOPENAGHEN
Sostiamo nella strada accanto alla polizia, proprio vicinissimi al Tivoli e quindi al centro.
In confronto alla nostra precedente venuta i camper si sono moltiplicati, ormai gli italiani non si contano più.
Notiamo che più scendiamo dal “Nord”, più il nostro camper è additato. Dapprima non ce ne spieghiamo la ragione, poi scopriamo che sono il fascio di corna di renna, che fanno bella mostra sul tetto del nostro camper (come detto acquistate all’estremo Nord della Norvegia), ad attrarre l’attenzione della gente e saranno sempre di più attrattiva, lungo la strada del ritorno.
Fuori le biciclette e tutti e quattro partiamo per girovagare in una città già conosciuta ma che rivediamo con vivo piacere.
L’ampia piazza del Municipio, il Radhus, con la torre alta 106 metri, il Tivoli, poi il curioso barometro animato dalla donnina dorata che, se è in bicicletta, sarà tempo bello, se invece porta l’ombrello necessiterà regolarsi di conseguenza.
La zona pedonale, lo Stroget, regno dello shopping, il Rosemborg, il Nyavn, l’Amalienborg, il Cristiansborg e la solitaria Sirenetta sul porto-canale, il tutto in una pedalata piena di ricordi.
L’unica concessione a ripetersi dal passato, è la visita alla Torre Rotonda, che con la sua rampa elicoidale e pochi gradini, conduce all’altezza di 36 metri consentendo una bella vista sulla città. La stessa rampa, nel lontano 1716, è stata percorsa dalla zarina di Russia, con la carrozza e dallo zar, Pietro il Grande, a cavallo. Poveri cavalli!
La città non è mutata è sempre elegante come la ricordavamo, certo il traffico è aumentato, e aumentate sono anche le biciclette. Le ciclabili sono ovunque ed i ciclisti sono rispettati. Ad ogni semaforo rosso se ne contano dalle 10 alle 20.
La sera andiamo ancora a rinverdire “lo struscio” nello Stroget, tra una folla ordinata che ama sedere nei molti deorts, dei vari caffè.
°°°°°
Nel nostro andare, a causa del soggiorno più breve alle Lofoten, se pur abbiamo inserito qualche cosa al programma …abbiamo finito di guadagnare un paio di giorni, per cui mi sorge l’idea di inserire nel viaggio di ritorno, La “Romantische Strasse, giusto per darle un’occhiata e poi attuare in altra occasione il viaggio, con il tempo e la preparazione necessaria. L’idea è accettata all’unanimità dai miei compagni di viaggio.
Riprendiamo la marcia, giungiamo a Roby che lasciamo per Putgarden, su quello che sarà il nostro ultimo traghetto.
Sul traghetto pungolo, supportata da Gabri, i due uomini ad esprimere un pensiero definitivo sulle donne nordiche, delle quali spesso si è parlato. Maliziosi, sostengono di aver guardato solo le belle e che ne han viste tante! Gabri ed io, un poco malignette, forse, ma convinte di essere obbiettive, precisiamo che in tutto il Nord è verissimo, ci siano, sì, delle belle ragazze ed in linea, ma la percentuale maggiore di loro, anche giovanissime, magra proprio non lo è! Altrettanto ovvio è che ci siano 50/60enni che portan bene i loro anni, ma…. è molto raro.
E’ quasi norma, che la donna nordica, giovane o vecchia ella sia, che solitamente ha un bel viso ed i lineamenti eleganti, sia alquanto ridondante e forse anche un pochino trascurata. Per quanto riguarda gli uomini vale lo stesso discorso, tutti abbastanza alti, tutti con abbastanza un bel portamento, ma pochini quelli in linea.
La popolazione più curata tra quella delle Nazioni attraversate, per il vero, mi pare essere quella danese, ma è solo la mia opinione.
Gabriella ed io, all’unisoro, concludiamo con vero campanilismo, che le donne italiane saranno meno bionde e un po’ meno alte, però son più attente alla loro persona.
Ad oggi 28° giorno, i km percorsi sono 8520.
Entriamo in autostrada in Germania e, tra pioggia e non, arriviamo ad Hannover dove in area autostradale (e sono tutte belle) pernottiamo.
Proseguiamo il giorno dopo con la deviazione rispetto al viaggio di andata, verso Kassel e poi Wurzburg, da dove inizia
LA ROMANTISCHE STRASSE
Il materiale è scarso, ho solamente una rivista pubblicitaria procuratami, per caso, qualche mese fa. In allora, ricordo, aver pensato che chi l’aveva ideata era riuscito nell’intento di incuriosire.
Consulto viaggiando tale materiale, seccata con me stessa di non aver portato una guida della Germania, in quanto si pensava dovesse essere una Nazione di solo transito.
Propongo quindi ai compagni una fermata a ROTHENBURG, seguendo la mia rivista. Centriamo l’obiettivo: è da vedere! Un delizioso Borgo Medioevale.
Avevamo saltato paesi prima e ne salteremo dopo. Ci fermeremo a: SCHONGAU, WIESKIRCHE ed ai Castelli di LUDVING II°.
Non narrerò di quest‘ultimo tratto di viaggio, in quanto se pur visitati alcuni luoghi ed apprezzatane l’indiscussa importanza e bellezza, non ero, per quanto mi riguarda, psicologicamente pronta ad immergermi, sentendomi ancora proiettata nelle località appena terminate di visitare.
La “Romantische Strasse” ha il vantaggio di essere non molto distante da Torino e merita di essere raggiunta ed apprezzata nel giusto modo. Indubbiamente sarà meta di un prossimo itinerario vacanziero.
Pioggia anche in Germania: fortunatamente noi abbiamo aperto solo una volta l’ombrello, ma il camper, come il solito si è lavato!
Costeggiamo il Lago di Costanza, un breve tratto in Austria, poi la Svizzera. Il San Bernardino, la frontiera a Chiasso ed è ITALIA e poi TORINO.
32° ed ultimo giorno. Con 9850 chilometri percorsi, si conclude il nostro viaggio.
Sulla tabella di marcia preparata per la partenza, i chilometri erano in numero un poco superiore. Abbiamo usufruito di alcuni traghetti non preventivati (a discapito del portafoglio) e la strada è risultata più breve.
Debbo confessare che mi sarebbe piaciuto scrivere 10.000 però non ho mai sopportato chi gonfia i percorsi, per cui…..accontentiamoci della verità.
15 i traghetti, 5 tunnel, 2 ponti, 1 funicolare, tutti a pagamento.
Fortunatamente non abbiamo pagato il numero infinito di ponti corti e lunghi, sui quali siamo transitati, lo stesso dicasi per le gallerie, tante…. tantissime.
Alcune curiosità:
Abbiamo valicato 13 volte la frontiera.
Consumato 1150 litri di gasolio il mansardato, e 855 il semintegrale. Quest’ultimo ha percorso 70 km. in più del primo, pur avendo fatto l’identico tragitto e pur essendo entrambi i mezzi montati su Ducato 2800. Mi dicono gli uomini sia una questione di gomme, lascio le spiegazioni tecniche…. nella penna.
Il nostro camper ha preso tanta pioggia, però noi …. abbiamo aperto l’ombrello solamente 3 volte.
Il tragitto più breve nelle varie Nazioni è stato quello percorso in Austria: 20 km., il più lungo, in Norvegia 3825 km.
In Norvegia il gasolio costa un terzo più che in Italia.
Un francobollo si paga due volte più che da noi. Idem per le sigarette Malboro,(tanto per citare una marca conosciuta). Lo stesso vale per la Coca Cola acquistata al supermercato.
Tutti i generi alimentari sono molto più costosi che da noi.
Convenienti sono: le corna (e intendo quelle di renna, sia chiaro!), le pelli di renna e lo stoccafisso. Le cose loro insomma.
I motori dei mezzi ai quali ad inizio percorso auguravo ottima salute, l’hanno mantenuta alla perfezione ed anche gli occupanti del mezzo.
Agli autisti il plauso di aver saputo condurre sempre con prudenza e molta abilità i camper nonostante le condizioni atmosferiche spesso e volentieri, moltissimissssssimo, avverse. Dei due mezzi il più grande, date le dimensioni, è stato certamente il più impegnativo, ma ha sempre risposto bene ai comandi del suo conducente, che non gli ha mai fatto mancare i controlli.
E le navigatrici? Se pur qualche volta hanno preso qualche abbaglio, si sono condotte egregiamente tra le cartine stradali e nei meandri di cartelli segnaletici con nomi astrusi.
Un lungo percorso mette sempre a dura prova i caratteri delle persone. E’ proprio viaggiando che ci si conosce a fondo: la compagnia di Gabri ed Aldo è stata gradevole in ogni senso e loro, contraccambiano il pensiero, quindi il separarci, dopo aver condiviso questa indimenticabile avventura, un poco ci ha immalinconiti, ma…. ci si vedrà e ne avremo da raccontare e raccontarci……
Torino, 3 settembre 2002